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JOSÈ MARAGÒ RICORDA COME, PAPA FRANCESCO, DA FIGLIO D’EMIGRANTI ITALIANI, SEPPE TOCCARE IL CUORE DI TUTTI


JOSÈ MARAGÒ RICORDA COME, PAPA FRANCESCO, DA FIGLIO D’EMIGRANTI ITALIANI, SEPPE TOCCARE IL CUORE DI TUTTI. QUEL GIORNO A BUENOS AIRES CON LA COMUNITÀ DI SANT’ONOFRIO

(SANT‘ONOFRIO) Tra i tanti piccoli e grandi aneddoti che iniziano a circolare sul nuovo pontefice Francesco, uno in particolare riguarda la comunità Santonofrese in Argentina.
Il tutto risale all’anno 2000, quando anche i Santonofresi di Buenos Aires, che in occasione delle più importanti ricorrenze religiose puntualmente si ritrovavano nei locali dell’omonimo circolo, espressero il desiderio di avere in dono una scheggia della  reliquia della Santa Croce.
L’allora cardinale Bergoglio dialoga con i fedeli della comunità santonofrese prima della messa
Era questo, a loro parere, il modo più solenne e autentico per rafforzare il legame affettivo e spirituale con il paese d’origine che, particolarmente devoto alla Santa Croce, da sempre venerava la sacra reliquia custodita nella chiesa madre e portata in processione con solenni festeggiamenti per ben tre volte l’anno.
A sostenere l’iniziativa del sodalizio italo argentino, con il relativo difficile iter burocratico da avviare presso il Vaticano, ci pensarono l’allora parroco di Sant’Onofrio don Gaetano Currà e padre Alberto Sorace, argentino di origini santonofresi in quel momento alla guida della parrocchia Santa Rosa de Lima di Buenos Aires.
Padre Sorace, in particolare, facendo leva su un consolidato rapporto di conoscenza, ritenne utile far perorare la richiesta anche al futuro papa Jorge Mario Bergoglio, in quel momento alla guida dell’Arcidiocesi della capitale argentina.
A rievocare oggi quei momenti ci pensa Josè Rodolfo Maragò, “storico” corrispondente argentino del periodico di informazione “La Voce di Sant’Onofrio”, che in quella occasione con Domingo Pileci faceva parte della delegazione ricevuta in arcidiocesi per la consegna della lettera ufficiale di accompagnamento alla richiesta presso la Santa Sede.
Maragò ricorda ancora nitidamente i dettagli di quella visita, durante la quale trovarono il cardinale Bergoglio “già impegnato in un  incontro con l’ex presidente  Raùl Alfonsin per discutere della grave crisi economica e finanziaria che in quel momento attanagliava il Paese”.
“Fu quella - continua Josè Maragò - l’ennesima conferma dello spirito caritatevole e di profonda umiltà che da sempre contraddistingue Bergoglio, con la sua innata  capacità di improntare i rapporti umani alla massima disponibilità e semplicità, in un’ottica valoriale nella quale per lui pari sono i potenti della vita pubblica nazionale ed i rappresentanti di una piccola quanto sconosciuta comunità di emigrati”.
Altrettanto impressi nella memoria i ricordi legati al giorno in cui, giunta in Argentina la sacra reliquia, si svolse la cerimonia di intronizzazione nella chiesa prescelta della Santa Croce, nel quartiere Villa del Parque di Baires.
In quell’occasione il cardinale Bergoglio non volle mancare e Josè Maragò ricorda ancora, al momento della solenne benedizione impartita ai fedeli, le “toccanti parole del futuro pontefice che, partendo dalle sue origini di figlio di emigrati italiani che lo accomunavano a tutti i presenti, seppe toccare le corde del cuore individuando in quella funzione religiosa la profondità di una fede semplice quanto incrollabile, rivelatasi nel tempo il collante decisivo tra i milioni  di italiani figli della diaspora sparsi n nel mondo e la loro amata madrepatria”.
       
                           (Raffaele Lopreiato, GAZZETTA DEL SUD 15/03/2013)  

BUENOS AIRES: JOSÈ RODOLFO MARAGÒ, GIÀ CORRISPONDENTE DE LA VOCE, È STATO DI RECENTE OSPITE DA "COME CANI E GATTI" UNA DELLE PIÙ SEGUITE TRASMISSIONI RADIOFONICHE IN ARGENTINA.


(BUENOS AIRES) Josè Rodolfo Maragò, già corrispondente de LA VOCE, è stato di recente ospite di una delle più seguite trasmissioni radiofoniche in Argentina.
Si tratta di "Come Cani e Gatti", un programma trasmesso da Radio 10 AM (la più ascoltata emittente radiofonica di Buenos Aires) condotto dal dottor Juan Enrique Romero, medico veterinario da lungo tempo apprezzato in numerose trasmissioni scientifiche e divulgative prodotte sia per la radio che per la televisione.
Al programma collaborano inoltre il dottor Ariel Zapata, Direttore della cattedra di addestramento animali della Facoltà di Veterinaria dell'Università Nazionale di Buenos Aires, ed il dottor Pablo Sande, oftalmologo veterinario, laureato presso la UNBA e specializzato presso il Collegio Latinoamericano di Oftalmologia Veterinaria.
Gli argomenti  sviluppati nel corso del programma -che prevede un costante filo diretto con i radioascoltatori - spaziano dal possesso responsabile degli animali (progetto di cui il dott. J. E. Romero è direttore nazionale) ai dettagli per addestrare gli animali domestici ed alle notizie sulle malattie oculari di cani e gatti con i possibili trattamenti.
Lo spazio curato da Josè Rodolfo Maragò riguarda invece una interessante quanto originale ricostruzione del ruolo sovlto dalgi animali nei più importanti passaggi storici della Nazione Argentina.

Nel corso di questa puntata Josè Rodolfo Maragò si è soffermato sul cane che il generale José de San Martín addestrò durante il suo esilio in Francia (a Grand Bourg, probabilmente) e dei cavalli e dei muli che lo stesso utilizzò nella sua campagna per l'Indipendenza di Argentina, Cile e Perù.
Riguardo l'addestramento del suo cane, San Martín faceva finta di intentare un processo all'animale in quanto disertore. La sentenza era di inappellabile condana alla fucilazione, con San Martin che mimava l'esecuzione capitale con il suo bastone.
Il cane puntualmente si accasciava a terra e, fingendosi morto, si lasciava andare con gli occhi sbarrati. Era un animale molto intelligente e affettuoso, che probabilemnte gli era stato regalato a Guayaquil.
In una epica e tradizionale pittura che rappresenta l'incrocio delle Ande, San Martín è raffigurato in sella ad un cavallo bianco.
Questa descrizione non sembra giustificata dalla storia, perchè il suddetto incrocio dell'intero Esercito delle Ande è stato compiuto a dorso di muli, più addatti ai burroni della cordigliera.
La domanda capziosa che da sempre ricorre fra gli argentini è di conseguenza la seguente: "Di che colore era il cavallo bianco di San Martín?".
Ciò che storiograficamente è accettato, sulla base delle memorie del generale Jerónimo Espejo, che servì agli ordini di San Martín, è che il Libertador ha montato nel battesimo di fuoco del Reggimento dei Granatieri a Cavallo che lui stesso aveva creato ed organizzato, a San Lorenzo, il 3 febbraio 1813, un cavallo falbo (mantello bianco gialletto), molto elegante, che morì sotto i colpi di mitraglia dell'esercito realista non appena iniziò la battaglia, ferendo ad una gamba anche il fantino nella sua rovinosa caduta.
Successivamente a Mendoza, mentre organizzava l'Esercito delle Ande, San Martín montò un cavallo sauro carico (alazán tostado), e a volte un morello maltinto ("un zaino oscuro", ricorda Espejo, "quasi nero").

Nel rientro dalla campagna per l'independenza del Cile e del Perù, il colonnello Olazábal, anche lui subordinato al Padre della Patria, racconta nelle sue memorie il modo ammirato in cui guardava San Martín, che si avvicinava montando "una bellissima mula morella", accompagnato soltanto da due ufficiali, due attendenti ed un paio di mulattieri che portavano i loro bagagli. 

LE ORIGINI CALABRESI DEL PRIMO “SERIAL KILLER” D’ARGENTINA

Cayetano Santos Godino

Cayetano Santos Godino, detto anche il “petiso orejudo” (“bassetto orecchione”) è stato il primo e forse più tristemente famoso “serial killer” della storia argentina, accusato dell’assassinio di quattro bambini, del tentato omicidio di altri sette e dell’incendio di sette abitazioni.
Nato a Buenos Aires il 31 ottobre 1896 - figlio di Fiore e di Lucia Ruffo, entrambi calabresi, che ebbero altri sette figli - Godino all’età di 16 anni seminò il terrore tra gli argentini del tempo.
Il padre era alcolista e picchiatore, ed aveva preso la sifilide prima della nascita di Cayetano. Sua probabilmente la responsabilità dei gravi problemi di salute del figlio, che nei primi anni di vita rischiò più volte di morire a causa di diverse malattie.
Cayetano trascorse la sua infanzia in strada. Espulso da diverse scuole per gli atteggiamenti ribelli ed il totale disinteresse per gli studi, Cayetano elesse a luogo delle proprie scorribande le zone più degradate e periferiche di Buenos Aires. Già all’età di sette anni, Cayetano sequestrò un bambino di 21 mesi, Miguel De Paoli, e dopo averlo portato in un luogo isolato lo abbandonò dopo averlo picchiato selvaggiamente. Per fortuna dell’accaduto si accorse un vigile, che portò in salvo il fanciullo e consegnò Cayetano alle forze dell’ordine.
Poco meno di due anni dopo, il “bassetto orecchione” prese una bambina di 18 mesi, Ana Neri, che abitava a pochi metri da casa sua e, portatala in un luogo dove non poteva essere visto, la colpì ripetutamente alla testa con una grossa pietra. Anche in questa occasione venne avvertito un vigile che portò il piccolo criminale caserma, dove fu consegnato ai genitori la sera stessa.
All’epoca Cayetano frequentava un tale Alfredo Tersi, suo coetaneo, entrambi dediti al furto di orologi agli operai che lavoravano nei cantieri per poi rivenderli in strada.
Il primo crimine del “bassetto orecchione” passò inosservato, poiché sarà lui stesso a rivelarlo diversi anni dopo al momento della confessione alle forze dell’ordine. Stando alla sua successiva confessione, nel 1906 rapisce una bambina di circa 2 anni, la porta in una zona disabitata, tenta di strangolarla, ma non ci riesce. Decide quindi di sotterrarla viva in una fossa che poi ricopre con spazzatura. Le autorità cercarono anche un riscontro alle sue parole, ma purtroppo sul luogo indicato era stato nel frattempo edificato un palazzo di due piani che impedì i necessari accertamenti. Comunque, negli archivi della polizia venne trovata una denuncia per la scomparsa di una bambina, una tale María Rosa Face, che all’epoca aveva tre anni e non fu mai ritrovata.
Sempre in quel periodo il padre di Godino denunciava alla polizia lo strano comportamento del figlio che si divertiva a torturare i polli che lui allevava. Sulla base di questi precedenti, Godino venne detenuto in carcere, su disposizione del tribunale locale, per due mesi. Poco dopo, una sera entrò negli uffici di un magazzino di materiali edilizi, dove diede fuoco ai libri contabili, provocando un incendio di tali dimensioni che i pompieri riuscirono a domarlo solo dopo varie ore di duro lavoro. All’epoca lui era già fortemente alcolizzato e ciò gli provocava febbre e dei fortissimi mal di testa che lo rendevano estremamente aggressivo con istinti omicidi.
A settembre del 1908, Godino rapì sull’uscio di casa un bambino di 22 mesi, Severino González Caló e, portatolo in un terreno abbandonato, lo buttò in una fossa piena d’acqua di fogna, tentando di affogarlo. Per fortuna se ne accorse in tempo il personale di un vicino magazzino che scongiurò il tragico esito della vicenda e consegnò il Godino alle forze dell’ordine. La sua vendetta non tardò. Alcuni giorni dopo egli si intrufolò nottetempo negli uffici del magazzino provocando un altro incendio di vaste proporzioni che causò danni ingenti.
Ma nulla fermava l’ansia omicida di Cayetano. Alcuni giorni dopo, sequestrò un altro bambino di 20 mesi, Julio Botte, seduto sulla soglia di casa e tentò di bruciargli le palpebre con una sigaretta. Stanchi dell’atteggiamento del figlio, i genitori lo portarono in caserma, da dove fu trasferito in un riformatorio per minorenni, dove venne ricoverato per tre anni. Frequentò la scuola interna, ove imparò le prime lettere, ma questo ricovero invece di recuperarlo formò un assassino terribile che venne consegnato alla società sotto richiesta degli stessi genitori sulla fine del 1911.
I genitori, infatti, nel tentativo di recuperarlo, gli trovarono un lavoro nella zona che lui tenne solo per tre mesi, dopodichè Cayetano si rimise a gironzolare per le strade ed a frequentare cattive compagnie sia di notte che di giorno.
A gennaio del 1912 un delitto terribile sconvolse la tranquillità della città. Fu infatti ritrovato, il giorno successivo alla denuncia della sua scomparsa, il corpo del tredicenne Arturo Laurora. Lo sfortunato ragazzo venne trovato seminudo, pieno di lividi e con una corda stretta intorno al collo. Anche in questo caso l’inchiesta non arrivò a nessuna conclusione e solo dopo l’ultimo arresto Cayetano si attribuiva anche la paternità di questo omicidio.
Passano solo due mesi e Godino prende di mira una bambina di 5 anni, Reyna Vainicoff, alla quale incendiò i vestiti che portava addosso. La piccola morì dopo giorni di agonia preso l’Ospedale dei Bambini di Buenos Aires. A luglio incendiò una segheria della zona ed anche un’altro magazzino di materiali edili, stavolta per fortuna senza conseguenze per le persone.
A settembre, mentre lavorava come bracciante in un altro magazzino, ammazzò un cavallo, anche se non si riuscì a provare che fosse stato lui a uccidere il povero animale. Passano solo pochi giorni, ed un grande incendio avvolge un edificio della linea tramviaria locale.
A novembre Godino attirò un altro bambino, Roberto Russo di due anni, e lo convinse ad accompagnarlo per comprare delle caramelle. Portò invece il piccolo malcapitato in un magazzino della zona dove, dopo avergli legato mani e piedi, tentò di strangolarlo. Per fortuna se ne accorse in tempo un bracciante intento a lavorare  e salvò il fanciullo. Il bruto venne portato ancora una volta in caserma dove dichiarò di aver già trovato il bambino in quelle condizioni. Messo sotto processo per tentato omicidio, Cayetano venne in questa occasione assolto per mancanza di prove.
Quattro giorni dopo mise gli occhi su un’altra sventurata: la piccola Carmen Ghittoni. Per fortuna, l’accorrere di un vigile attirato dalle urla della bambina  lo mise in fuga. La settimana successiva rapì la piccola Catalina Neolener e la trascinò a forza in una casa apparentemente abbandonata. Anche in questa occasione le urla della vittima designata attirarono l’attenzione del proprietario della casa inducendo il “bassetto” ad una fuga precipitosa. Sempre in quei giorni veniva segnalato l’incendio doloso di altri due magazzini.
Cayetano Santos Godino
Ai primi di dicembre, Cayetano compì un altro efferato delitto. Adescò per strada il bambino Gesualdo Giordano ed attirandolo con alcune cioccolate lo portò in una villa disabitata dove, dopo averlo legato mani e piedi, tentò di affogarlo con una corda. Siccome Jesualdo resistette, il “bassetto” cercò un chiodo per ammazzarlo. Uscendo dalla villa, trovò il padre del bambino che lo stava cercando. Gli disse di non saperne nulla e lo consigliò ad andare in caserma per sporgere denuncia. Dopodichè, Godino rientrò nell’abitazione e portò a termine l’ennesimo malvagio delitto: colpì ripetutamente alla testa con un chiodo il piccolo fino ad ucciderlo. Alcune persone segnalarono alla polizia di  aver visto poco prima il bambino in compagnia di Cayetano che, nonostante ciò, ebbe comunque il macabro coraggio di presentarsi al funerale dove osò carezzare il capo del  piccolo per verificare gli effetti dei colpi di chiodo.
La mattina successiva, comunque, egli venne tratto in arresto dalla polizia che trovò anche diverse prove del delitto tra cui corda, maglietta e pantaloni macchiati di sangue. Stavolta Cayetano confessò l’omicidio ed anche tutti gli altri delitti precedentemente commessi, provocando disgusto e stupore tra gli inquirenti presenti specie quando spiegò il piacere che provava mentre vedeva le proprie vittime agonizzanti.
Il 4 gennaio 1913 Cayetano Godino venne ricoverato in un manicomio criminale, dove in altre occasioni manifestò istinti omicidi tentando di uccidere alcuni detenuti. Il giudice incaricato del processo lo fece sottoporre a perizia psichiatrica da parte di diversi specialisti che concordarono nel definirlo “alienato e perverso, degenerato mentale con caratteri di ereditarietà, irresponsabile dei suoi atti e senza speranza di recupero”. In considerazione di ciò il giudice si oriento verso l’assoluzione del Godino disponendo nel contempo che venisse internato a vita in manicomio.
Questa sentenza venne confermata anche in appello, ma la Cassazioneribaltò il verdetto e, ritenendolo capace di intendere e di volere, lo condannò alla pena dell’ergastolo. Trasferito nel Penitenziario Nazionale a novembre del 1915, Godino nel tempo imparò a leggere e scrivere.
Nel 1923 fu trasferito nella prigione di Ushuaia (il cosiddetto “carcere della fine del mondo”) dove venne sistemato nella cella numero 90. Dieci anni dopo, intervistato da un famoso giornalista dell’epoca, raccontò di essere da poco uscito dall’ospedale del carcere, dove si era dovuto ricoverare per curarsi dalle botte ricevute dagli altri detenuti dopo che lui aveva ucciso senza pietà alcuni gattini che erano considerati le mascotte el carcere. Da quel momento Cayetano mantenne una condotta esemplare.
Ammalatosi seriamente nel 1935, Godino morì il 15 novembre 1944, a causa di una emorragia interna, forse causata dall’ulcera gastroduodenale che lo tormentava, ma la vera causa della sua morte non è stata mai chiarita. Trascorse gli anni in prigione abbandonato da tutti. Perse i contatti con la famiglia, che forse ad un certo punto rientrò in Italia senza che lui ne sapesse nulla.
 Il “carcere della fine del mondo” venne definitivamente chiuso nel 1947, ma nel piccolo cimitero vicino le ossa del “Bassetto orecchione” non vennero mai trovate.

JULIETA LANTERI PALADINA DEL MOVIMENTO FEMMINILE IN ARGENTINA

JULIETA LANTERI PALADINA DEL MOVIMENTO FEMMINILE IN ARGENTINA 
Fu la prima donna ad esercitare il diritto di voto nel Sudamerica

Julieta Lanteri nacque a Cuneo nel 1873 con il nome di Giulia Maddalena Angela Lanteri ed emigrò in Argentina di 6 anni, assieme alla sua famiglia. 
Julieta Lanteri
Residenti per tanti anni a La Plata e molto lavoratori, i genitori hanno dato a Julieta l’opportunità di frequentare il liceo nel “Collegio Nacional” di Buenos Aires, nonostante gli ostacoli dell’epoca, tanto da divenire la prima donna diplomata in quel liceo. 
Difficile si rivelò anche l’ingresso all’università, ma alla fine con una dispensa speciale del preside Julieta venne ammessa alla facoltà di Medicina dell’Università di Buenos Aires, dove si laureò nel 1907, divenendo la sesta donna laureata in assoluto presso le università argentine. Fece una carriera meritevole come specialista nelle malattie psichiche di donne e bambini. 
Assieme alla prima laureata donna in Argentina, la dottoressa Cecilia Grierson, fondò l’Associazione Universitaria Argentina per favorire le donne nell’accesso all’educazione universitaria ed impegnandosi attivamente nel movimento femminista per l’affermazione ed il riconoscimento dei diritti civili fondamentali. 
Anche per essere assunta come docente universitaria nella facoltà di Medicina, Julieta Lanteri dovette lottare molto. 
Ciò in quanto donna ma anche perchè straniera. 
Dopo diversi rifiuti, Julieta ottenne la cittadinanza argentina, ed anche in questo caso fu la prima donna italiana ad ottenerla. 
A questo punto, in occasione della tornata elettorale amministrativa del 1911, Julieta si iscrisse quale votante presso un seggio della capitale argentina, sfruttando il fatto che non erano a quei tempi previste limitazioni esplicite al sesso degli elettori. 
Arrivato il 26 novembre, si presentò alle autorità del seggio con il documento in regola e chiese il diritto del voto che le venne riconosciuto. 
Addirittura, il presidente di seggio, il prestigioso studioso di storia locale Adolfo Saldías, si dichiarò “onorato di firmare il documento del primo elettore donna del Paese e dell’intero Sudamerica”. 
L’atteggiamento di Julieta ebbe grande rilievo sui giornali e di li a poco il Consiglio comunale sancì una risoluzione per cui era vietata la partecipazione femminile alle elezioni, anche
perchè l’anagrafe includeva soltanto il registro maschile riferito all’arruolamento militare. 
A quel punto la Lanteri, intenzionata a portare fino in fondo la propria battaglia civile alzò la posta in gioco e si presentò davanti alle autorità militari con l’intento dichiarato di arruolarsi. 
Nel 1919 manifestò l’intenzione di candidarsi alla carica di deputato, ma non le venne permesso e per protesta organizzò una finta elezione in una piazza di Buenos Aires. 
Alla sua chiamata risposero oltre quattromila donne e questo avvenimento assunse rilievo internazionale. 
Già l’anno successivo il Partito Socialista la presentò alle elezioni come propria candidata e di li a poco Julieta Lanteri fondò il Partito Femminista Argentino, con cui partecipò ad altre elezioni, fino a risultare seconda come quantità di voti ottenuti nelle elezioni di 1924, quando venne eletto proprio il dottor Alfredo Palacios come primo deputato socialista d’America. 
La Lanteri con il suo sfrenato attivismo si era guadagnati parecchi nemici, ma lei era instancabile e non si intimoriva. 
Promosse numerose conferenze nelle quali lanciava allarmi sulla possibilità di colpi di stato autoritari nel Sudamerica e fece inserire alcuni principi del suo Partito Femminista nei programmi di governo di altre forze politiche argentine. 
Il 23 febbraio 1932, in uno strano e mai chiarito incidente stradale nel centro di Buenos Aires, una macchina in retromarcia la colpì fatalmente, alimentando il mai sopito sospetto che si trattasse di un delitto politico mascherato da incidente stradale. 
Così venne stroncata la vita di Julieta Lanteri, la prima donna ad esercitare il diritto al voto in Argentina ed anche nel Sudamerica. 
Una eterna e vera pioniera dei diritti civili e politici femminili, che furono poi definitivamente riconosciuti nel 1947 per iniziativa di Eva Perón, quando si sancì irrevocabilmente per legge il diritto di voto alle donne in Argentina. 

Josè Rodolfo Maragò

ENRIQUE CARLOS ALBERTO MOSCONI FONDATORE DELL’INDUSTRIA PETROLIFERA ARGENTINA YPF

Carissimi,
sono molto fiero di presentarvi la figura di un altro italiano nato in Argentina:
Enrique Carlos Alberto Mosconi nacque a Buenos Aires il 27 febbraio 1877, figlio di Enrico, ingegnere italiano arrivato in Argentina per lavorare nella ampiazione delle ferrovie, e di María Juana Canavery, di origine irlandese, ed ebbe 2 sorelle e 2 fratelli. Diciasettenne, si è laureato con diploma d’onore presso la Scuola di Ufficiali dell’Esercito Argentino, il primo della classe, come sottotenente di fanteria. Dopo di che venne assegnato al Regimento 7 di fanteria a Rio Cuarto, nella provincia di Córdoba. Due anni dopo è stato promosso a tenente e trasferito a Buenos Aires, ove ingressa all’Università Nazionale nella facoltà d’Ingegneria, laureandosi come ingegnere civile nel 1901, con una tesi su un progetto di diga nella confluenza dei fiumi Limay e Negro, ciò che permetterebbe la navigazione fino l’Oceano Atlantico. Nel frattempo aveva realizzato studi topografici presso le provincie di Mendoza e Neuquén, e sviluppato il progetto delle ferrovie per questa ultima provincia.
Due anni dopo si laurea come ingegnere militare e venne assegnato alle opere per la costruzione delle caserme di un regimento di fanteria nella provincia di Santa Cruz. L’anno dopo riceve il premio “General Belgrano” per il progetto di costruzione delle caserme di due regimenti di fanteria e cavalleria, presso la città di Buenos Aires. Nel discorso di ringraziamento, Mosconi consiglia al governo di inviare all’estero ai primi di ogni classe laureati presso le università locali, per farli imparare come vengono disegnate e costruite le più grande opere civili e militari, perchè non siano “importati” professionisti stranieri per realizzare le stesse sul territorio nazionale.
Nel 1906 venne inviato nel Belgio, in Italia e la Germania, assieme un gruppo di neo laureati, facendo parte per 4 anni del battaglione 10 della Westphalia e frequentò corsi di post grado presso la Scuola Tecnica Superiore di Artiglieria e Ingegneria a Charlottemburgo. Dopo di che rientra in Argentina per assumere come capo di un battaglione di ingegneri, ma subito torna in Europa per comprare materiale tecnico per l’Arma degli Ingegneri. Fa parte di reparti di telegrafisti e ferrovie militari in Francia, Germania e l’Impero Austro-Ungherese. Rientra a Buenos Aires e venne assegnato come ausiliare nell’Ispettorato dell’Arma e poi promosso a tenente colonnello, per cui riassume
come comandante del 1mo. Battaglione di Ingegneri di Campo de Mayo. Successivamente, torna in Germania per acquisire materiale militare, ma deve rientrare perchè scoppia la Prima Guerra Mondiale, e assume come sottodirettore e poi direttore degli Arsenali di Guerra.
Comincia a sostituire la energia a base di carbono per il petrolio in forni e caldaie, inoltre sperimentare la colata dell’acciaio con ossidi pervenuti dal Quequén, ordina vietare l’uso di legni stranieri per sostituirgli con legni del Paese, sostituisce pure l’uso della canapa importata, usando invece il "caraguatà" estratto dalla Mesopotamia argentina. Prepara la prima statistica nazionale per studiare i tempi, i dati e la capacità del Paese per fabbricare il materiale necessario in caso di una subita chiamata alle armi della popolazione. Fa la ricerca per utilizzare prodotti locali, gli ottene e li mette in produzione per la fabbricazione di fucili e cannoni, allo scopo di attrezzare l’Esercito.
Con motivo di manovre che doveva realizzare l’Aeronautica dell’Esercito nel 1922, Mosconi all’improvviso si trova in difficoltà, perchè la Western Indian Oil Company, unica azienda che importava benzina per gli aerei, voleva essere pagata prima di fornire il carburante. Sorpreso dalla situazione, l’allora colonnello Mosconi si recò presso gli uffici della Wico per confermare la notizia, ciò che fece il direttore della compagnia petrolifera, a cui rispose Mosconi dicendo che nulla c’era di debito ai conti delle Forze Armate riguardante a spese di carburante, e per tanto riteneva l’atteggiamento della Wico “impertinente ed innaccettabile”. In quel momento Mosconi fece un giuramento a se stesso di rompere il potere dei trust, più presto che tardi. Quel giorno è cambiata la storia argentina. Mosconi sarebbe il fondatore di YPF (Giacimenti Petroliferi Fiscali, sigla in spagnolo), il suo direttore generale per ben 8 anni e nel 1929 prenderebbe il controllo del mercato dei carburanti liquidi in Argentina, dando per compiuto il giuramento fatto 7 anni prima.
Comincia una gita per gli alcuni paesi sudamericani, Bolivia, Perù, Colombia, Brasile e Messico, destando una corrente di simpatia e di interesse per lo sviluppo di aziende nazionali petrolifere, essendo create alcuni anni dopo della sua gita, la YPF di Colombia e la Pemex, inoltre la YPF boliviana e Petrobras, cui strutture vengono disegnate sulla base della predecessora YPF argentina.
Percorre il Paese per conoscere le difficoltà ed anche i defetti operativi ed anche amministrativi per l’estrazione, raffinazione e commercializzazione del petrolio, inoltre la necessità di sostituire le aziende straniere che se ne occupavano del processo. Chiede, tramite il ministero competente, la presentazione di un progetto per modificare la legge delle miniere e risorse naturali, riservandone apposta per lo Stato ampie zone del Paese e propone la costruzione di un grande complesso nazionale per la raffinazione del petrolio. Desta così una forte opposizione dei trust e dei difensori del libero mercato, ma ci riesce e la legge venne approvata dal Parlamento.
Il 6 settembre 1930 un colpo di Stato (“con forte odore a petrolio”) caccia fuori le autorità costituzionali e prende il potere, istallando un governo di militari con numerosi ministri legati, allora o prima, alle grande aziende petrolifere americane, inglesi e ollandesi. Mosconi si rifiuta di partecipare, anzi, è assolutamente contrario alla rottura istituzionale, e si dimette come direttore di YPF. Immediatamente venne arrestato a modo di avvertenza e poco dopo messo in libertà. Ma 3 mesi dopo è detenuto ancora, sotto l’accusa di essere comunista e di organizzatore di un complot per restituire il potere alle istituzioni della democrazia. In parallello, viene aperta una causa per essere poco trasparente nella conduzione della azienda nazionale del petroleo. È un colpo all’onore di un militare esempiare e Mosconi viene convocato dal presidente di fatto, il generale Uriburu, che lo manda in Italia, come un esilio obbligatorio.
Un anno dopo rientra al Paese e trova un già condiscepolo della Scuola Militare come presidente, cui lo nomina come direttore di Ginnastica dell’Esercito, una carica puramente simbolica. Poco dopo subì un attacco cervello-vascolare, che paralizza la metà del suo corpo. Venne ritirato dell’Esercito come generale di divisione sulla fine del ’33. Mentre cerca di riabilitarsi, scrive un paio di libri, di cui uno venne premiato con medaglia d’oro dall’Accademia delle Arti e le Scienze del Brasile, “El petróleo argentino tra 1922 e 1930”.
Invalido, senza un soldo, è vissuto gli ultimi anni nella casa delle sorelle maggiori. L'insigne generale ed ingegner Enrique Mosconi è morto il 4 giugno 1940. Una sua frase define la sua vita dedicata al servizio degli interessi della Patria e dei suoi concittadini: "Non è possibile spiegarsi che ci siano compatriote che vogliano alienare le nostre riserve di petrolio e darle in concessione al capitale straniero, per favorire a questo con gli enormi guadagni che si ottengono di tali attività, invece di preservare questi benefici per indirizzarlo al benessere materiale e morale del popolo argentino. Perchè consegnare il petrolio è come consegnare la bandiera”.
José R. Maragó

LUNEDÌ 27 FEBBRAIO SI FESTEGGERA’ IL BICENTENNARIO DELLA CREAZIONE DELLA BANDIERA ARGENTINA

Manuel Belgrano
Carissimi,
lunedì 27 febbraio sarà festeggiato in Argentina il bicentennario della creazione della Bandiera Argentina da Manuel Belgrano.
Manuel José Joaquín del Corazón de Jesús Belgrano è nato a Buenos Aires il 3 giugno 1770, figlio di Domenico Belgrano (oriundo di Oneglia, attuale Imperia, nella Liguria) e María Josefa González. Laureato in Leggi con medaglia d'oro presso l'università spagnole di Salamanca e Valladolid, partecipò nei successi che scatenarono la Rivoluzione del 25 maggio 1810, della quale è uscita la prima giunta di Governo patrio, e di cui fece parte come consigliere, assieme un suo cugino, Juan José Castelli (figlio di un medico veneziano).
Sulla fine del 1811, gli spagnoli di Montevideo, hanno cominciato a stuzzicare le coste del fiume Paraná per ostilizzare il nuovo governo istallato a Buenos Aires. Quindi, la giunta patriota incarica l'avvocato Manuel Belgrano di fortificare la riva vicina alla villa del Rosario, 300 chilometri al Nord della capitale del Plata. Lui arriva nella zona il 10 febbraio con un regimento di fanteria, rafforzato con milizie locali, e da inizio alla costruzione di due batterie, una sullo stesso burrone, cui nomina Libertá, e l'altra su una isola, oramai scomparsa, la quale sarebbe battezzata Indipendenza.
Il 13 febbraio Belgrano propone alla Giunta di governo una coccarda che dovrebbe unificare gli stendardi usati fin quel momento dai diversi regimenti, perchè secondo lui “ciò era un segno di divisione, come un’ombra che, se fosse necessario, doveva allontanarsi". Nel momento in cui il governo riceve la tale nota, arriva pure a Buenos Aires la notizia che il Congresso di Caracas aveva dichiarato l'independenza del Venezuela il 5 luglio 1811. Per diminuire la tensione locale e soddisfare il sentimento popolare appunto molto indipendentista, il Governo accetta l'iniziativa del Belgrano con un decreto del 18 febbraio, addottando una "coccarda nazionale delle Provincias Unidas del Río de la Plata" con i colori azzurro-celeste e bianco, di uso obbligatorio per le truppe, ma permettendo portarla pure a qualsiasi persona civile "come distinzione del nostro attuale sistema".
Belgrano consegna le coccarde alle truppe giorno 23, informando al governo che "si è messo in pratica l'ordine del 18 corrente per l'uso de la coccarda nazionale che ha mandato V.E., la quale decissione è stata accolta con grande gioia ed ha tirato fuori il desiderio dei veri figli della Patria nel senso che vengano presi altre dichiarazioni di V.E. che possano confermare ai nostri nemici della ferma risoluzione in cui ci siamo di sostenere l'indipendenza dell'America". Forse quel giorno, nel momento in cui ricevette la comunicazione guvernativa sull'adozione della coccarda, Belgrano ha avuto l'idea di battezzare la seconda batteria ancora non finita con il nome di Indipendenza.
Verso il tramonto del 27 febbraio, Belgrano pronnuncia un discorso alle truppe, omettendo ogni riferimento al re spagnolo Ferdinando VII: "Soldati della Patria: in questo punto (la batteria Libertá) abbiamo avuto la gloria di vestire la coccarda nazionale che ha sancito il nostro Ill.mo Governo. In quel punto (la batteria Independenza) le nostre arme avranno di ingrandire questa gloria. Giuriamo vincere gli nemici interiori ed anche quegli dell'estero, ed il SudAmerica sarà il templo della Indipendenza e della Libertà. In fede del vostro giuramento, dite con me ¡Evviva la Patria!".
Monumento a Manuel Belgrano
Non c'è stato un giuramento alla bandiera ma di "vincere gli nemici", forse in attesa della confermazione delle autorità. Poco più tardi, "sono le 6.45 del pomeriggio" dice la nota, Belgrano ha scritto il verbale indirizzato al Governo, e conclude: "...Essendo preciso innalzare una bandiera, e non avendola, ho ordinato di farla bianca e celeste, conforme ai colori della coccarda nazionale"
Belgrano non ha detto una parola sulla benedizione o il giuramento alla bandiera, essendo notevole questo fatto, poicchè lui informava normalmente i suoi movimenti con minuziosi dettagli. Ma la bandiera c'è stata.
Al bianco (argento) sfoggiato nelle gloriose giornate di maggio del 1810, che simbolizzava il fiume che ha dato suo nome al Paese, si è aggiunto l'azzurro dello stemma di Buenos Aires. Però Belgrano ha detto celeste e non azzurra o azzurro-celeste com'era la coccarda. Forse perchè i colori dello stemma di Buenos Aires dipinto nelle mura del Cabildo erano già impalliditi per il passo del tempo e non era così nítido quell'azzurro. Perchè, per essere precisi, il celeste non è un colore dell'araldica, ma un tono dell'azzurro. Perciò, quando venne dichiarata l'Indipendenza nel Congresso di Tucumán di 1816 si sono stabiliti i colori della bandiera in bianco e azzurro.
La definizione dell'azzurro nel vocabolario italiano è il colore del cielo sereno, ciò che assimiglia a quanto sancito dal governo argentino in una legge degli anni '30 dicendo che il celeste della bandiera fosse come il colore del cielo all'alba, in una giornata chiara, serena. Da recente, si sono sistemati i colori in base alle norme IRAM, istituto rappresentante della ISO in Argentina.
Non è ormai conosciuta la disposizione dei colori della bandiera inalberata sulle rive del Paraná, se erano tre striscie orizzontali o due verticali. Senz’altro il colore principale doveva essere il bianco, il colore argentino dell’araldica, e -per tanto- occupare il centro nella bandiera di tre striscie orizzontali o assieme all’asta in quella di due fascie verticali.
Le autorità di Buenos Aires hanno ammonito per lettera a Belgrano negli inizi di marzo, dicendo che "faccia passare per un raptus di entusiasmo l’incidente della bandiera celeste e bianca inalberata, nascondendola con cura". Ma Belgrano non ricevette il rimprovero perchè oramai si era messo in viaggio per assumere il comando dell’Esercito del Nord, carica per la quale era stato nominato lo stesso giorno 27 febbraio dal proprio Governo.
A luglio Belgrano scriveva alla Giunta: "...la batteria doveva proteggere, non c’era una bandiera ed ho pensato che sarebbe la bianca e celeste quella che ci distinguerebbe come la coccarda e ciò, con il mio desiderio che queste provincie siano annoverate come una delle nazioni del globo, mi è spinto a farlo".
Infatti, ce l’ha fatta, perchè la bianca e celeste ha ondeggiato per la prima volta e per sempre, 200 anni fa, il 27 febbraio 1812, in un burrone vicino alla villa del Rosario, sulle rive del Paraná, il Padre dei Fiumi, in lingua guaraní, per iniziativa di Manuel Belgrano, il più grande degli italiani nato in Argentina.
Manuel Belgrano, raffigurato nella banconota da dieci pesos
Vincitore nelle decissive battaglie di Tucumán e Salta, sconfitto poi dagli spagnoli a Vilcapugio e Ayohuma, l'avvocato militare Manuel Belgrano morì a Buenos Aires il 20 giugno 1820, nella più assoluta povertà, tanto che ha pagato gli onorari del dottore che l'ha curato con un suo orologgio e non è riuscito a lasciare nessuna eredità oltre il suo cognome ai suoi discendenti naturali.
In omaggio alla sua traiettoria ed ai suoi valori umani, intellettuali, improvissato militare eroico, amministratore ed organizzatore così efficace di truppe ed aziende, uomo onestissimo e spogliato di ogni ambizione che non sia la sovrania ed il benessere della Patria, il giorno della sua nascita é stato dichiarato dalla comunità italiana in Argentina come "Giornata dell'immgrante italiano" ed il giorno del suo passo all'immortalità è il "Giorno della Bandiera".

Un carissimo saluto dal profondo Sud del mondo, José R. Maragó.
 

ARGENTINA: VIAGGIO NELLA RISERVA DELLA PAYUNIA

Carissimi,
la Riserva Provinciale della Payunia si trova circa 200 km al Sud di Malargüe, nella cosiddetta Patagonia mendocina, oltre mila chilometri al Sud Ovest di Buenos Aires. Si tratta di uno dei paessaggi piú strani, suggestivi e belli dell'Argentina. Quasi mezzo millioni di ettari, ove ci sono oltre duemila vulcani, di cui 838 sono i piu' grandi e stanno perfettamente identificati e distinsi con nome e numero. E' la terza regione del mondo con maggior densitá di vulcani (ci sono 10,6 vulcani per 100 km quadri), dopo la isola di Lanzarote e la penisola di Kamchatka.
Geologicamente nuova, la zona ha vulcani che hanno fatto eruzione oltre un millioni di anni fa, ma pure alcuni sono relativamente nuovi con attivita' registrata in epoca post colombina. Ci sono vulcani di ogni classe, come grandi strattovoulcani del tipo vesuviano come il Payún Liso (Payún o Payén vuol dire del colore del rame o rossastro) e il Nevado; la grande caldera del Payún Matru; centinaia di vulcani del tipo stromboliani come il Santa María e la zona di Los Volcanes; si possono guardare per terra i grandi flussi di lava ed anche i campi delle bombe di lava; altipiani coperti di lapilli detti Pampas Negras e tunneli di lava. Resti di terribili eruzioni idromagmatiche (quando il magma che sale verso la superficie trova una fonte di acqua, come una nappa, una laguna o proprio un ghiacciaio, fatto che diventa una eruzione "tranquilla" in una una tremenda esplosione che libera un inferno di gas, vapore e lava incandescente a distanze incredibili), come il vulcano Carapacho o il Malacara, uno dei due unici vulcani nel mondo nel quale si può entrare a piedi fino il profondo interiore.
Il Payún Matru (in lingua indigena, barba di capretto del colore del rame) è il più grande (ma non il più alto) e la sua antichissima eruzione di lava ignibritica fece un lungo percorso verso il sudeste per oltre 185 chilometri, arrivando fino il fiume Colorado, già nella provincia di La Pampa. Secondo un gruppo di vulcanologi italiani che ha fatto lo studio del fenomeno, i calcoli e la scoperta di questa formidabile colata lavica, si tratta della emissione di lava più lunga del mondo. Comunque, non è il vulcano più alto della Payunia, essendo superato dal Payún Liso (liscio, in italiano), di 3.686 metri di altezza.
Nelle foto, le cosiddette Pampas Negras, la zona del Pianeta Rosso o dei Colori con il vulcano del tipo vesuviano Payún Liso in fondo, i campi delle bombe (grandi proiettili di lava ardente impulsati fino 30 chilometri di altezza, che si sono raffreddati nell’aria e caduti per terra con il loro interiore ancora incandescente), il cratere del Morado Norte (profondo 90 metri e di 400 metri di diametro, e che prende il nome dal colore porpora o proprio viola delle striscie di lava), con uno dei suoi fianchi scomparsi per la eruzione di 300 a 500 anni fa ed anche un inocente graffiti scritto nel suolo di lapilli dopo 35 anni di sposati. Le ultime due, una coppia giovanissima nel fondo del Malacara, e le cárcavas dello stesso vulcano (grandi canali che son prodotto dalle cadute o flussi dell’acqua sulla roccia).

Insomma, questa formazione di retro arco (l’arco sarebbe la Cordigliera delle Ande e l’ante arco sarebbe la cintura di fuoco del Pacifico) è veramente l’entrata ad un altro mondo, apparso 80 millioni di anni fa e lavorato per i secoli dei secoli dalla natura. Dicono che è proprio magico fare la gita per la Payunia in una notte di plenilunio, con il cielo sereno. Sarà la prossima volta.
Un abbraccio dal profondo Sud del mondo, José R. Maragó

IN MEMORIA DELLA DOTTORESSA EUGENIA SACERDOTE MONTALCINI

Cari Amici de La Voce,
 domenica scorsa è venuta a mancare la dottoressa Eugenia Sacerdote Montalcini, di anni 101, prima cugina di Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Medicina.
Ho avuto l'onore ed il piacere di conoscere personalmente la dott.ssa Sacerdote in occasione dell’intervista concessami tempo fa in esclusiva per i lettori de La Voce.
Quello che segue è il testo integrale di quell’intervista, dalla quale emerge per intero lo spessore di una donna eccezionale, che ha messo tutta la sua esistenza al servizio della scienza e dell'umanità. 
                                                                                                     Josè Rodolfo Maragò (ARGENTINA)
dott.ssa Eugenia Sacerdote
Grazie a Hitler ho imparato la mia professione”, così esordisce la dottoressa Eugenia Sacerdote Montalcini, “giovane” ricercatrice di 97 anni.
 “A causa delle leggi antisemite, Berta Mayer fu costretta ad abbandonare la Germania e continuare le sue ricerche in Italia. Fu lei ad insegnarmi le tecniche di lavorazione sulle cellule vive”.
Così ci chiarisce gli inizi della sua carriera questa donna dall’eterno sorriso, che racconta in maniera lucida le vicende della sua vita straordinaria, interamente dedicata alla scienza.
Prima cugina del Nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini (le loro mamme erano sorelle), con la quale ancora oggi si sente ogni sabato, Eugenia Sacerdote Montalcini perse il padre, malato di leucemia, quando ancora aveva 9 anni.
Con mia cugina Rita ed altre due ragazze iniziammo gli studi di Medicina presso l’Università di Torino. Eravamo le uniche donne  fra 500 uomini. Per un anno intero avevamo studiato dodici ore al giorno per imparare greco, latino, matematica e fisica, la cui perfetta conoscenza era indispensabile  per accedere all’università”.
Laureata con il massimo dei voti e lode, Eugenia sostenne l’esame di stato all’Università di Parma, cimentandosi sul caso pratico di un paziente del quale, con il solo ausilio di analisi e radiografia, doveva formulare la diagnosi ed individuare la cura adatta. “Meno male che il paziente era molto intelligente e la sua collaborazione mi è stata davvero di grande aiuto”, confessa oggi con grande umiltà.
Sposata con Maurizio Lustig, un ingegnere della Pirelli, ha avuto tre figli. Nel 1938, a causa delle leggi razziali varate dal governo fascista, le fu proibito di esercitare la professione medica.
L’anno successivo, il marito venne trasferito in Argentina, dove la Pirelli pensava di aprire uno stabilimento per la fusione del rame. Ma lo scoppio della guerra complicò ulteriormente le cose, perché le attrezzature necessarie rimasero bloccate in Italia e la Pirelli spostò l’ing. Lustig a San Paolo, in Brasile, dove rimase con la moglie e la primogenita Livia per un anno e mezzo prima di fare ritorno in Argentina.
Dottoressa Sacerdote, come iniziò la sua avventura di ricercatrice in Argentina?
Uno dei miei docenti di Torino, il professore Segrè, mi aveva raccomandato dal dottore De Robertis, che prestava servizio presso la cattedra dell’Istituto di Istologia. Fu lui che nell’offrirmi un tavolino ed una sedia mi disse: “Se ce la fa a lavorare in queste condizioni, faccia pure!”. Per i primi esperimenti sulle cellule vive, mi servivo di galline che compravo al mercato e riuscivo ad introdurre nell’istituto con la complicità del  portiere. Lui mi aiutava anche a prelevare il sangue dall’animale, ed io per riconoscenza gli regalavo la gallina.
Era pagata per il suo lavoro?
Non avevo un budget, ma il direttore mi permetteva di attingere qualcosa dai fondi destinati alla sostituzione dei vetri rotti. Per questa ragione prestavo molta attenzione affinchè i vetri non si rompessero e potessi così prendere la somma che avanzava.
Lei intanto continuava ad avere rapporti con Berta Mayer, nel frattempo trasferitasi in Brasile?
Eugenia Sacerdote e Rita Levi-Montalcini (anni 1930 c.a)
foto: gravità zero
Si, lei se ne è andò dall’Italia in Brasile, per sfuggire ancora una volta alle leggi antisemite. Era così brava che il Dott. Chagas le offrì un contratto, presso il suo prestigiosissimo istituto di ricerca a Rio de Janeiro. Ci siamo viste tante volte a Rio. Di li a poco, il governo peronista, per divergenze politiche, licenziò il dottore Houssay, già premio Nobel per la Medicina, e tutto il suo gruppo di ricercatori. Ed io rimasi di nuovo sola nella cattedra. Venni allora convocata dal Direttore dell’Istituto Roffo, ospedale oncologico sempre dipendente dell’Università di Buenos Aires, per fare ricerca sulle cellule giganti. Per me si trattò quindi
di un semplice trasferimento da una struttura all’altra della stessa università.
Riuscì finalmente ad ottenere un laboratorio tutto suo per la ricerca?
Magari! In un primo momento mi mandarono in un laboratorio di analisi, e successivamente al museo, con i vapori della formalina che ammazzavano i tessuti e le cellule su cui io lavoravo. Mi lamentai di questa situazione con il direttore, che mi concesse il salone della vecchia biblioteca. Io stessa provvidi a ripulirlo, con l’aiuto di alcuni studenti. Di grande aiuto mi fu anche una giovane polacca, assunta come donna di servizio, che si dimostrava molto interessata al nostro lavoro, nonostante avesse frequentato solo la scuola elementare. Presi a cuore la sua formazione, e le feci frequentare diversi corsi e seminari, tanto che Caterina divenne, in breve tempo, un tecnico di laboratorio eccezionale. Lei ancora oggi, pur essendo ormai ultraottantenne, presta la propria qualificata consulenza ai giovani ricercatori.
Come proseguì la sua carriera accademica?
Nel 1950 il dott. Parodi, direttore del Dipartimento di Virologia dell’Istituto Malbrán (corrispondente al Centro Nazionale della Ricerche sulle Malattie), mi chiamò per lavorare con lui. Ma da li a poco si trasferì in Uruguay, dove venne nominato ministro della Sanità. Rimasi quindi di nuovo sola a capo del dipartimento. La mia giornata tipo si divideva tra il Roffo ed il Malbrán, con l’intermezzo della pausa  pranzo a casa per assistere i bambini.

Eugenia Sacerdote e Rita Levi-Montalcini,
nell'album dei laureandi dell'Università di Torino (A.A. 1936-37)
foto: gravità zero

Sul finire del 1953 scoppiò una grave epidemia di poliomielite. Io mi trovavo a Pinamar, dove mi ero recata per un periodo di villeggiatura, ed ero intenta a disfare i bagagli quando mi arrivò un telegramma firmato dal ministro della Salute (il leggendario Dott. Ramón Carrillo, considerato il più grande medico sanitario della storia argentina), con il quale venivo incaricata sin da subito a lavorare nella diagnosi di questa crudele malattia. Il virus della polio si sviluppa solo nelle cellule della scimmia indiana Rhesus o nelle cellule umane. Di conseguenza, per noi ricercatori argentini non c’era altra possibilità che lavorare sulle cellule umane. E così, tutte le mattine, con la mia macchina giravo tutti gli ospedali della città cercando di recuperare i resti degli aborti spontanei e naturali, che conservavo in  fiaschi di diverse misure con soluzione fisiologica. Grande era infatti la necessità di disporre di tessuti vivi per infettarli con i prelievi fatti a quei pazienti che si sospettava avessero contratto la polio, per poter formulare l’esatta diagnosi nelle ventiquattro ore. Si trattava di operazioni molto delicate e grande era la paura di contrarre pericolose infezioni, tanto che preferì  trasferire i figli in Uruguay, presso una mia cugina.
Di li a poco, l’Organizzazione Mondiale della Sanità mi inserì in un gruppo di ricercatori che operava negli Stati Uniti, anche se loro, non dovendo fronteggiare un’emergenza come noi in Argentina, si limitavano ancora a sperimentare il vaccino sulle scimmie. Lavorai ad Atlanta, Filadelfia e Washington per poi trasferirmi a Montreal, in Canada. Tre mesi dopo rientravo in Argentina, dove la situazione sanitaria era ancora molto grave. Qui, dopo essermi in precedenza consultata telefonicamente con Renato Dulbecco (di origine calabrese e futuro Nobel per la Medicina), già mio compagno di studi a Torino, mi assunsi l’enorme responsabilità di raccomandare al ministro la vaccinazione massiva sulle persone. Per dare l’esempio e rassicurare l’opinione pubblica, io stessa mi vaccinai insieme ai miei figli. La notizia ebbe grande risalto sui giornali argentini ed ottenemmo l’effetto voluto: la gente si recò volontariamente per sottoporsi alla vaccinazione che da quel momento divenne obbligatoria per tutti.   
Fino a quando continuò a lavorare presso l’Istituto Malbrán?
Non per molto. Dopo la caduta di Perón, ci fu uno sciopero contro il governo. Io avevo necessità di entrare in istituto per completare il lavoro su un presunto caso di polio, ma me lo impedivano. Insistetti e per reazione mi lanciarono contro uno scatolone che mi danneggiò la macchina e mi fece male ai piedi. Il giorno dopo mi ero già dimessa.
Fu questo episodio a sancire la fine del suo lavoro accademico?
Non ancora. Nel ’58, dopo l’ascesa del presidente Frondizi, un suo fratello, Risieri Frondizi, rettore dell’Università di Buenos Aires, bandì  un concorso per la cattedra di Biologia Cellulare che vinsi io. Lavorai per ben otto anni, quando si diffuse la voce di un imminente colpo di stato. Un giorno il rettore ci chiese di rimanere nell’università per una riunione dei professori. Avevano scollegato le linee telefoniche, ed io uscii solo un attimo per recarmi in un bar vicino da dove telefonare ai mie familiari per avvisarli che avrei ritardato il rientro. Nel tornare, vidi da lontano alcuni poliziotti che trascinavano fuori il rettore, il vice rettore e tantissimi professori. Ovviamente il giorno dopo mi sono dimessa assieme a tutti i miei colleghi di facoltà. Da quel momento continuai a lavorare solo al Roffo e nel Conicet dalla sua creazione nel ’61 (Consiglio Nazionale per le Ricerche Scientifiche e Tecniche, in spagnolo) dove ho prestato la mia collaborazione dalla sua creazione nel 1961 fino al pensionamento.
La dottoressa Sacerdote è molto restia a parlare dei tantissimi riconoscimenti scientifici avuti in campo internazionale per la sua attività di ricerca. A noi appare comunque opportuno ricordarne almeno alcuni: 1967 - Premio Donna dell’anno nelle Scienze; 1977, Premio dell’Accademia Nazionale di Medicina; 1978, Premio della Società di Chirurgia Toracica; 1979, Premio della Societá di Citologia; 1983, Diploma al merito della Fondazione Konex; 1984, Premio Lega Argentina contro il Cancro; 1988, Premio Donna dell’Anno Fondazione Alicia Moreau de Justo; 1991, Premio Juan Manuel Estrada; 1991, Premio Rotary Club Internacional; 1992, Premio Hipócrates di Medicina; 2003, Menzione speciale in Sciencia e Tecnología della Fondazione Konex; 2004, Cittadina Illustre della Cittá di Buenos Aires.
Particolarissimo è poi il riconoscimento assegnatole dalla società che gestisce uno dei trasporti urbani. Raggiunta l’età di 85 anni, la dottoressa Sacerdote non poteva più guidare l’auto e si recava quotidianamente al lavoro con un pullman di linea. In poco tempo tutti gli autisti impararono a conoscerla bene. Un giorno venne convocata dall’azienda trasporti al capolinea dove, al suo arrivo, la dottoressa Sacerdote trovò una gradita quanto inaspettata sorpresa: avevano preparato in suo onore un grande ricevimento cui parteciparono tutti gli autisti e le rispettive famiglie. In quella occasione venne anche dichiarata “Passeggera Illustre della Linea 80” con l’emissione straordinaria, a suo nome, di un biglietto gratuito a vita. Con il trascorrere degli anni, anche il viaggio in pullman le venne difficile e dovette optare per un autonoleggiatore di origine libanese che lavorava nelle vicinanze del Roffo. Anche lui era molto affezionato alla dottoressa Sacerdote, tanto che non voleva essere pagato per portarla al lavoro.
Ancora oggi ogni pomeriggio c’è qualcuno che viene a  trovarla a casa per leggerle un libro poiché, a causa di un tumore e degli effetti collaterali delle cure somministratele, Eugenia Sacerdote ha perso quasi completamente la vista.
Se sono riuscita a vedere la faccia  dei miei tre figli e dei nove nipoti, altrettanto non ho potuto fare con i miei due pronipotini”, ci dice con amarezza, nell’unico momento in cui il suo volto si intristisce un pò.
Salvo poi ritornare sorridente, con quella contagiosa allegria che rende estremamente semplice e cordiale una donna che ha speso l’intera sua esistenza al servizio della scienza e dell’umanità.