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JOSÉ RODOLFO MARAGÓ: UN FORTE ABBRACCIO DAL PROFONDO SUD DEL MONDO

Argentina: Josè Rodolfo Maragò
Carissimi,
verso la fine del Giurassico e l’inizio del período Cretacico, la Patagonia era una festa. Una densa vegetazione tropicale forniva pasto facile a incontrollabili branchi di diverse specie di sauropodi, mentre questi davano il suo contributo alla catena alimentare, come presa degli ultimi dinosauri carnivori. Prevalevano le conifere e le araucarie. Non c’erano le zone polari e il era relativamente instabile.
Ma, tra 150 e 145 milioni di anni fa, Gondwana cominciò separarsi di Pangea ed a formarsi il continente americano. Movimenti tettonici assolutamente fuori del comune si son prodotti, con delle incredibili eruzioni e terremoti inimmaginabili per la mente umana. Era come se il cuore fiammeggiante della Terra volesse scapparle del petto. Torrenti di lava correvano per i boschi e le pianure e tempeste di cenere incandescente scendevano come un ciclone di oltre 300 chilometri all’ora, abbattendo gli alberi e ammazzando gli animali, senza tener conto di situazioni e misure di ciascuno di loro. Sassi accesi cadevano per migliaia, con ululati assordanti, dando fine ad ogni segnale di vita. Pini augusti pinos e conifere maestose vennero atterrati con le prime onde di forza, sepolti da vere montagne di ceneri calde.
Poi vennero come frecce ardenti tra il cielo e le nuvole, tracciando rughe di fuoco, assomigliando miriadi di stelle fugaci che attraversavano il firmamento, pietre più piccole che vomitavano i vulcani più recenti sorti dalle viscere del pianeta e cadevano sul tropico estinto di allora. E ci son rimasti per milioni di anni.
Quando la Patagonia non ricevette più i venti umidi del Oceano occidentale, fermati dalla nuova Cordigliera quasi definitivamente sorta circa 65 milioni di anni fa, è diventata un altopiano arido, scosceso, ogni tanto interrotto di avvallamenti e valli così lontani tra di loro. Animali e pianti che erano campati per ben 80 milioni di anni in quel terreno, riposano seppelliti nel Tartaro della Natura, coperti da migliaia di metri de cenere e sedimenti, formando giacimenti di petrolio e di gas. Ma altri tanti alberi, quegli rimasti nell’Averno, più vicini alla superficie, sono stati trasformati per gli stessi minerali che li coprivano. Pian piano, la sostanza vegetale che li faceva parte è stata sostituita da quelli minerali che entravano nelle loro cellule, senza cambiare la loro forma fisica. E così si è prodotto quel fenomeno che ormai viene chiamato pietrificazione.
I secoli di secoli son passati ed assieme a loro, gli impenitenti venti della Patagonia si sono occupati di erodere gli altopiani, portandosi addosso manti quasi interminabili di sedimenti, scoprendo e presentando alla vista di tutto il mondo veri boschi di alberi di pietra, palme, conifere e araucarie, tra gli altri, alcuni di loro ancora in “posizione di vita”, come stroncati all’improvviso dall’ascia gigante di un vikingo. Si vedono così nel presente tronconi di alberi di pietra in piedi, anche con le sue radici, di ogni colore, secondo i minerali che li hanno modificato. Un poco più avanti, le spoglie dello stesso albero, stroncato quasi nella base, spaccato in diversi pezzi, bruciato dalla parte esterna forse da un vortice di fuoco, ormai trasformato in una sorte di spossata colonna di marmo dei brillanti colori, dal nero della parte esterna al bianco nel centro.
La grande ampiezza climatica della steppa produce un fenomeno curioso: l’acqua delle scarse piogge annue entrano nelle crepe di questi monumenti di pietra durante il giorno, che si congela nelle notte di gelo, spaccando questi tronchi multimilionari in anni sulla Terra.
Quelle inimmaginabili eruzioni e terremoto che durante milioni di anni hanno distrutto quel paradiso tropicale che vi era nella Patagonia di allora e lo instancabile vento della steppa che ha scoperto i resti di quello che una volta è stata una festa della Natura, ci permettono visitare attualmente questo cosiddetto monumento naturale nazionale, oltre 2.080 chilometri al Sud di Buenos Aires, nella provincia di Santa Cruz, Argentina.

Un forte abbraccio dal profondo Sud del mondo, José R. Maragó

JOSÈ MARAGÒ RICORDA COME, PAPA FRANCESCO, DA FIGLIO D’EMIGRANTI ITALIANI, SEPPE TOCCARE IL CUORE DI TUTTI


JOSÈ MARAGÒ RICORDA COME, PAPA FRANCESCO, DA FIGLIO D’EMIGRANTI ITALIANI, SEPPE TOCCARE IL CUORE DI TUTTI. QUEL GIORNO A BUENOS AIRES CON LA COMUNITÀ DI SANT’ONOFRIO

(SANT‘ONOFRIO) Tra i tanti piccoli e grandi aneddoti che iniziano a circolare sul nuovo pontefice Francesco, uno in particolare riguarda la comunità Santonofrese in Argentina.
Il tutto risale all’anno 2000, quando anche i Santonofresi di Buenos Aires, che in occasione delle più importanti ricorrenze religiose puntualmente si ritrovavano nei locali dell’omonimo circolo, espressero il desiderio di avere in dono una scheggia della  reliquia della Santa Croce.
L’allora cardinale Bergoglio dialoga con i fedeli della comunità santonofrese prima della messa
Era questo, a loro parere, il modo più solenne e autentico per rafforzare il legame affettivo e spirituale con il paese d’origine che, particolarmente devoto alla Santa Croce, da sempre venerava la sacra reliquia custodita nella chiesa madre e portata in processione con solenni festeggiamenti per ben tre volte l’anno.
A sostenere l’iniziativa del sodalizio italo argentino, con il relativo difficile iter burocratico da avviare presso il Vaticano, ci pensarono l’allora parroco di Sant’Onofrio don Gaetano Currà e padre Alberto Sorace, argentino di origini santonofresi in quel momento alla guida della parrocchia Santa Rosa de Lima di Buenos Aires.
Padre Sorace, in particolare, facendo leva su un consolidato rapporto di conoscenza, ritenne utile far perorare la richiesta anche al futuro papa Jorge Mario Bergoglio, in quel momento alla guida dell’Arcidiocesi della capitale argentina.
A rievocare oggi quei momenti ci pensa Josè Rodolfo Maragò, “storico” corrispondente argentino del periodico di informazione “La Voce di Sant’Onofrio”, che in quella occasione con Domingo Pileci faceva parte della delegazione ricevuta in arcidiocesi per la consegna della lettera ufficiale di accompagnamento alla richiesta presso la Santa Sede.
Maragò ricorda ancora nitidamente i dettagli di quella visita, durante la quale trovarono il cardinale Bergoglio “già impegnato in un  incontro con l’ex presidente  Raùl Alfonsin per discutere della grave crisi economica e finanziaria che in quel momento attanagliava il Paese”.
“Fu quella - continua Josè Maragò - l’ennesima conferma dello spirito caritatevole e di profonda umiltà che da sempre contraddistingue Bergoglio, con la sua innata  capacità di improntare i rapporti umani alla massima disponibilità e semplicità, in un’ottica valoriale nella quale per lui pari sono i potenti della vita pubblica nazionale ed i rappresentanti di una piccola quanto sconosciuta comunità di emigrati”.
Altrettanto impressi nella memoria i ricordi legati al giorno in cui, giunta in Argentina la sacra reliquia, si svolse la cerimonia di intronizzazione nella chiesa prescelta della Santa Croce, nel quartiere Villa del Parque di Baires.
In quell’occasione il cardinale Bergoglio non volle mancare e Josè Maragò ricorda ancora, al momento della solenne benedizione impartita ai fedeli, le “toccanti parole del futuro pontefice che, partendo dalle sue origini di figlio di emigrati italiani che lo accomunavano a tutti i presenti, seppe toccare le corde del cuore individuando in quella funzione religiosa la profondità di una fede semplice quanto incrollabile, rivelatasi nel tempo il collante decisivo tra i milioni  di italiani figli della diaspora sparsi n nel mondo e la loro amata madrepatria”.
       
                           (Raffaele Lopreiato, GAZZETTA DEL SUD 15/03/2013)  

BUENOS AIRES: JOSÈ RODOLFO MARAGÒ, GIÀ CORRISPONDENTE DE LA VOCE, È STATO DI RECENTE OSPITE DA "COME CANI E GATTI" UNA DELLE PIÙ SEGUITE TRASMISSIONI RADIOFONICHE IN ARGENTINA.


(BUENOS AIRES) Josè Rodolfo Maragò, già corrispondente de LA VOCE, è stato di recente ospite di una delle più seguite trasmissioni radiofoniche in Argentina.
Si tratta di "Come Cani e Gatti", un programma trasmesso da Radio 10 AM (la più ascoltata emittente radiofonica di Buenos Aires) condotto dal dottor Juan Enrique Romero, medico veterinario da lungo tempo apprezzato in numerose trasmissioni scientifiche e divulgative prodotte sia per la radio che per la televisione.
Al programma collaborano inoltre il dottor Ariel Zapata, Direttore della cattedra di addestramento animali della Facoltà di Veterinaria dell'Università Nazionale di Buenos Aires, ed il dottor Pablo Sande, oftalmologo veterinario, laureato presso la UNBA e specializzato presso il Collegio Latinoamericano di Oftalmologia Veterinaria.
Gli argomenti  sviluppati nel corso del programma -che prevede un costante filo diretto con i radioascoltatori - spaziano dal possesso responsabile degli animali (progetto di cui il dott. J. E. Romero è direttore nazionale) ai dettagli per addestrare gli animali domestici ed alle notizie sulle malattie oculari di cani e gatti con i possibili trattamenti.
Lo spazio curato da Josè Rodolfo Maragò riguarda invece una interessante quanto originale ricostruzione del ruolo sovlto dalgi animali nei più importanti passaggi storici della Nazione Argentina.

Nel corso di questa puntata Josè Rodolfo Maragò si è soffermato sul cane che il generale José de San Martín addestrò durante il suo esilio in Francia (a Grand Bourg, probabilmente) e dei cavalli e dei muli che lo stesso utilizzò nella sua campagna per l'Indipendenza di Argentina, Cile e Perù.
Riguardo l'addestramento del suo cane, San Martín faceva finta di intentare un processo all'animale in quanto disertore. La sentenza era di inappellabile condana alla fucilazione, con San Martin che mimava l'esecuzione capitale con il suo bastone.
Il cane puntualmente si accasciava a terra e, fingendosi morto, si lasciava andare con gli occhi sbarrati. Era un animale molto intelligente e affettuoso, che probabilemnte gli era stato regalato a Guayaquil.
In una epica e tradizionale pittura che rappresenta l'incrocio delle Ande, San Martín è raffigurato in sella ad un cavallo bianco.
Questa descrizione non sembra giustificata dalla storia, perchè il suddetto incrocio dell'intero Esercito delle Ande è stato compiuto a dorso di muli, più addatti ai burroni della cordigliera.
La domanda capziosa che da sempre ricorre fra gli argentini è di conseguenza la seguente: "Di che colore era il cavallo bianco di San Martín?".
Ciò che storiograficamente è accettato, sulla base delle memorie del generale Jerónimo Espejo, che servì agli ordini di San Martín, è che il Libertador ha montato nel battesimo di fuoco del Reggimento dei Granatieri a Cavallo che lui stesso aveva creato ed organizzato, a San Lorenzo, il 3 febbraio 1813, un cavallo falbo (mantello bianco gialletto), molto elegante, che morì sotto i colpi di mitraglia dell'esercito realista non appena iniziò la battaglia, ferendo ad una gamba anche il fantino nella sua rovinosa caduta.
Successivamente a Mendoza, mentre organizzava l'Esercito delle Ande, San Martín montò un cavallo sauro carico (alazán tostado), e a volte un morello maltinto ("un zaino oscuro", ricorda Espejo, "quasi nero").

Nel rientro dalla campagna per l'independenza del Cile e del Perù, il colonnello Olazábal, anche lui subordinato al Padre della Patria, racconta nelle sue memorie il modo ammirato in cui guardava San Martín, che si avvicinava montando "una bellissima mula morella", accompagnato soltanto da due ufficiali, due attendenti ed un paio di mulattieri che portavano i loro bagagli. 

LE ORIGINI CALABRESI DEL PRIMO “SERIAL KILLER” D’ARGENTINA

Cayetano Santos Godino

Cayetano Santos Godino, detto anche il “petiso orejudo” (“bassetto orecchione”) è stato il primo e forse più tristemente famoso “serial killer” della storia argentina, accusato dell’assassinio di quattro bambini, del tentato omicidio di altri sette e dell’incendio di sette abitazioni.
Nato a Buenos Aires il 31 ottobre 1896 - figlio di Fiore e di Lucia Ruffo, entrambi calabresi, che ebbero altri sette figli - Godino all’età di 16 anni seminò il terrore tra gli argentini del tempo.
Il padre era alcolista e picchiatore, ed aveva preso la sifilide prima della nascita di Cayetano. Sua probabilmente la responsabilità dei gravi problemi di salute del figlio, che nei primi anni di vita rischiò più volte di morire a causa di diverse malattie.
Cayetano trascorse la sua infanzia in strada. Espulso da diverse scuole per gli atteggiamenti ribelli ed il totale disinteresse per gli studi, Cayetano elesse a luogo delle proprie scorribande le zone più degradate e periferiche di Buenos Aires. Già all’età di sette anni, Cayetano sequestrò un bambino di 21 mesi, Miguel De Paoli, e dopo averlo portato in un luogo isolato lo abbandonò dopo averlo picchiato selvaggiamente. Per fortuna dell’accaduto si accorse un vigile, che portò in salvo il fanciullo e consegnò Cayetano alle forze dell’ordine.
Poco meno di due anni dopo, il “bassetto orecchione” prese una bambina di 18 mesi, Ana Neri, che abitava a pochi metri da casa sua e, portatala in un luogo dove non poteva essere visto, la colpì ripetutamente alla testa con una grossa pietra. Anche in questa occasione venne avvertito un vigile che portò il piccolo criminale caserma, dove fu consegnato ai genitori la sera stessa.
All’epoca Cayetano frequentava un tale Alfredo Tersi, suo coetaneo, entrambi dediti al furto di orologi agli operai che lavoravano nei cantieri per poi rivenderli in strada.
Il primo crimine del “bassetto orecchione” passò inosservato, poiché sarà lui stesso a rivelarlo diversi anni dopo al momento della confessione alle forze dell’ordine. Stando alla sua successiva confessione, nel 1906 rapisce una bambina di circa 2 anni, la porta in una zona disabitata, tenta di strangolarla, ma non ci riesce. Decide quindi di sotterrarla viva in una fossa che poi ricopre con spazzatura. Le autorità cercarono anche un riscontro alle sue parole, ma purtroppo sul luogo indicato era stato nel frattempo edificato un palazzo di due piani che impedì i necessari accertamenti. Comunque, negli archivi della polizia venne trovata una denuncia per la scomparsa di una bambina, una tale María Rosa Face, che all’epoca aveva tre anni e non fu mai ritrovata.
Sempre in quel periodo il padre di Godino denunciava alla polizia lo strano comportamento del figlio che si divertiva a torturare i polli che lui allevava. Sulla base di questi precedenti, Godino venne detenuto in carcere, su disposizione del tribunale locale, per due mesi. Poco dopo, una sera entrò negli uffici di un magazzino di materiali edilizi, dove diede fuoco ai libri contabili, provocando un incendio di tali dimensioni che i pompieri riuscirono a domarlo solo dopo varie ore di duro lavoro. All’epoca lui era già fortemente alcolizzato e ciò gli provocava febbre e dei fortissimi mal di testa che lo rendevano estremamente aggressivo con istinti omicidi.
A settembre del 1908, Godino rapì sull’uscio di casa un bambino di 22 mesi, Severino González Caló e, portatolo in un terreno abbandonato, lo buttò in una fossa piena d’acqua di fogna, tentando di affogarlo. Per fortuna se ne accorse in tempo il personale di un vicino magazzino che scongiurò il tragico esito della vicenda e consegnò il Godino alle forze dell’ordine. La sua vendetta non tardò. Alcuni giorni dopo egli si intrufolò nottetempo negli uffici del magazzino provocando un altro incendio di vaste proporzioni che causò danni ingenti.
Ma nulla fermava l’ansia omicida di Cayetano. Alcuni giorni dopo, sequestrò un altro bambino di 20 mesi, Julio Botte, seduto sulla soglia di casa e tentò di bruciargli le palpebre con una sigaretta. Stanchi dell’atteggiamento del figlio, i genitori lo portarono in caserma, da dove fu trasferito in un riformatorio per minorenni, dove venne ricoverato per tre anni. Frequentò la scuola interna, ove imparò le prime lettere, ma questo ricovero invece di recuperarlo formò un assassino terribile che venne consegnato alla società sotto richiesta degli stessi genitori sulla fine del 1911.
I genitori, infatti, nel tentativo di recuperarlo, gli trovarono un lavoro nella zona che lui tenne solo per tre mesi, dopodichè Cayetano si rimise a gironzolare per le strade ed a frequentare cattive compagnie sia di notte che di giorno.
A gennaio del 1912 un delitto terribile sconvolse la tranquillità della città. Fu infatti ritrovato, il giorno successivo alla denuncia della sua scomparsa, il corpo del tredicenne Arturo Laurora. Lo sfortunato ragazzo venne trovato seminudo, pieno di lividi e con una corda stretta intorno al collo. Anche in questo caso l’inchiesta non arrivò a nessuna conclusione e solo dopo l’ultimo arresto Cayetano si attribuiva anche la paternità di questo omicidio.
Passano solo due mesi e Godino prende di mira una bambina di 5 anni, Reyna Vainicoff, alla quale incendiò i vestiti che portava addosso. La piccola morì dopo giorni di agonia preso l’Ospedale dei Bambini di Buenos Aires. A luglio incendiò una segheria della zona ed anche un’altro magazzino di materiali edili, stavolta per fortuna senza conseguenze per le persone.
A settembre, mentre lavorava come bracciante in un altro magazzino, ammazzò un cavallo, anche se non si riuscì a provare che fosse stato lui a uccidere il povero animale. Passano solo pochi giorni, ed un grande incendio avvolge un edificio della linea tramviaria locale.
A novembre Godino attirò un altro bambino, Roberto Russo di due anni, e lo convinse ad accompagnarlo per comprare delle caramelle. Portò invece il piccolo malcapitato in un magazzino della zona dove, dopo avergli legato mani e piedi, tentò di strangolarlo. Per fortuna se ne accorse in tempo un bracciante intento a lavorare  e salvò il fanciullo. Il bruto venne portato ancora una volta in caserma dove dichiarò di aver già trovato il bambino in quelle condizioni. Messo sotto processo per tentato omicidio, Cayetano venne in questa occasione assolto per mancanza di prove.
Quattro giorni dopo mise gli occhi su un’altra sventurata: la piccola Carmen Ghittoni. Per fortuna, l’accorrere di un vigile attirato dalle urla della bambina  lo mise in fuga. La settimana successiva rapì la piccola Catalina Neolener e la trascinò a forza in una casa apparentemente abbandonata. Anche in questa occasione le urla della vittima designata attirarono l’attenzione del proprietario della casa inducendo il “bassetto” ad una fuga precipitosa. Sempre in quei giorni veniva segnalato l’incendio doloso di altri due magazzini.
Cayetano Santos Godino
Ai primi di dicembre, Cayetano compì un altro efferato delitto. Adescò per strada il bambino Gesualdo Giordano ed attirandolo con alcune cioccolate lo portò in una villa disabitata dove, dopo averlo legato mani e piedi, tentò di affogarlo con una corda. Siccome Jesualdo resistette, il “bassetto” cercò un chiodo per ammazzarlo. Uscendo dalla villa, trovò il padre del bambino che lo stava cercando. Gli disse di non saperne nulla e lo consigliò ad andare in caserma per sporgere denuncia. Dopodichè, Godino rientrò nell’abitazione e portò a termine l’ennesimo malvagio delitto: colpì ripetutamente alla testa con un chiodo il piccolo fino ad ucciderlo. Alcune persone segnalarono alla polizia di  aver visto poco prima il bambino in compagnia di Cayetano che, nonostante ciò, ebbe comunque il macabro coraggio di presentarsi al funerale dove osò carezzare il capo del  piccolo per verificare gli effetti dei colpi di chiodo.
La mattina successiva, comunque, egli venne tratto in arresto dalla polizia che trovò anche diverse prove del delitto tra cui corda, maglietta e pantaloni macchiati di sangue. Stavolta Cayetano confessò l’omicidio ed anche tutti gli altri delitti precedentemente commessi, provocando disgusto e stupore tra gli inquirenti presenti specie quando spiegò il piacere che provava mentre vedeva le proprie vittime agonizzanti.
Il 4 gennaio 1913 Cayetano Godino venne ricoverato in un manicomio criminale, dove in altre occasioni manifestò istinti omicidi tentando di uccidere alcuni detenuti. Il giudice incaricato del processo lo fece sottoporre a perizia psichiatrica da parte di diversi specialisti che concordarono nel definirlo “alienato e perverso, degenerato mentale con caratteri di ereditarietà, irresponsabile dei suoi atti e senza speranza di recupero”. In considerazione di ciò il giudice si oriento verso l’assoluzione del Godino disponendo nel contempo che venisse internato a vita in manicomio.
Questa sentenza venne confermata anche in appello, ma la Cassazioneribaltò il verdetto e, ritenendolo capace di intendere e di volere, lo condannò alla pena dell’ergastolo. Trasferito nel Penitenziario Nazionale a novembre del 1915, Godino nel tempo imparò a leggere e scrivere.
Nel 1923 fu trasferito nella prigione di Ushuaia (il cosiddetto “carcere della fine del mondo”) dove venne sistemato nella cella numero 90. Dieci anni dopo, intervistato da un famoso giornalista dell’epoca, raccontò di essere da poco uscito dall’ospedale del carcere, dove si era dovuto ricoverare per curarsi dalle botte ricevute dagli altri detenuti dopo che lui aveva ucciso senza pietà alcuni gattini che erano considerati le mascotte el carcere. Da quel momento Cayetano mantenne una condotta esemplare.
Ammalatosi seriamente nel 1935, Godino morì il 15 novembre 1944, a causa di una emorragia interna, forse causata dall’ulcera gastroduodenale che lo tormentava, ma la vera causa della sua morte non è stata mai chiarita. Trascorse gli anni in prigione abbandonato da tutti. Perse i contatti con la famiglia, che forse ad un certo punto rientrò in Italia senza che lui ne sapesse nulla.
 Il “carcere della fine del mondo” venne definitivamente chiuso nel 1947, ma nel piccolo cimitero vicino le ossa del “Bassetto orecchione” non vennero mai trovate.

JULIETA LANTERI PALADINA DEL MOVIMENTO FEMMINILE IN ARGENTINA

JULIETA LANTERI PALADINA DEL MOVIMENTO FEMMINILE IN ARGENTINA 
Fu la prima donna ad esercitare il diritto di voto nel Sudamerica

Julieta Lanteri nacque a Cuneo nel 1873 con il nome di Giulia Maddalena Angela Lanteri ed emigrò in Argentina di 6 anni, assieme alla sua famiglia. 
Julieta Lanteri
Residenti per tanti anni a La Plata e molto lavoratori, i genitori hanno dato a Julieta l’opportunità di frequentare il liceo nel “Collegio Nacional” di Buenos Aires, nonostante gli ostacoli dell’epoca, tanto da divenire la prima donna diplomata in quel liceo. 
Difficile si rivelò anche l’ingresso all’università, ma alla fine con una dispensa speciale del preside Julieta venne ammessa alla facoltà di Medicina dell’Università di Buenos Aires, dove si laureò nel 1907, divenendo la sesta donna laureata in assoluto presso le università argentine. Fece una carriera meritevole come specialista nelle malattie psichiche di donne e bambini. 
Assieme alla prima laureata donna in Argentina, la dottoressa Cecilia Grierson, fondò l’Associazione Universitaria Argentina per favorire le donne nell’accesso all’educazione universitaria ed impegnandosi attivamente nel movimento femminista per l’affermazione ed il riconoscimento dei diritti civili fondamentali. 
Anche per essere assunta come docente universitaria nella facoltà di Medicina, Julieta Lanteri dovette lottare molto. 
Ciò in quanto donna ma anche perchè straniera. 
Dopo diversi rifiuti, Julieta ottenne la cittadinanza argentina, ed anche in questo caso fu la prima donna italiana ad ottenerla. 
A questo punto, in occasione della tornata elettorale amministrativa del 1911, Julieta si iscrisse quale votante presso un seggio della capitale argentina, sfruttando il fatto che non erano a quei tempi previste limitazioni esplicite al sesso degli elettori. 
Arrivato il 26 novembre, si presentò alle autorità del seggio con il documento in regola e chiese il diritto del voto che le venne riconosciuto. 
Addirittura, il presidente di seggio, il prestigioso studioso di storia locale Adolfo Saldías, si dichiarò “onorato di firmare il documento del primo elettore donna del Paese e dell’intero Sudamerica”. 
L’atteggiamento di Julieta ebbe grande rilievo sui giornali e di li a poco il Consiglio comunale sancì una risoluzione per cui era vietata la partecipazione femminile alle elezioni, anche
perchè l’anagrafe includeva soltanto il registro maschile riferito all’arruolamento militare. 
A quel punto la Lanteri, intenzionata a portare fino in fondo la propria battaglia civile alzò la posta in gioco e si presentò davanti alle autorità militari con l’intento dichiarato di arruolarsi. 
Nel 1919 manifestò l’intenzione di candidarsi alla carica di deputato, ma non le venne permesso e per protesta organizzò una finta elezione in una piazza di Buenos Aires. 
Alla sua chiamata risposero oltre quattromila donne e questo avvenimento assunse rilievo internazionale. 
Già l’anno successivo il Partito Socialista la presentò alle elezioni come propria candidata e di li a poco Julieta Lanteri fondò il Partito Femminista Argentino, con cui partecipò ad altre elezioni, fino a risultare seconda come quantità di voti ottenuti nelle elezioni di 1924, quando venne eletto proprio il dottor Alfredo Palacios come primo deputato socialista d’America. 
La Lanteri con il suo sfrenato attivismo si era guadagnati parecchi nemici, ma lei era instancabile e non si intimoriva. 
Promosse numerose conferenze nelle quali lanciava allarmi sulla possibilità di colpi di stato autoritari nel Sudamerica e fece inserire alcuni principi del suo Partito Femminista nei programmi di governo di altre forze politiche argentine. 
Il 23 febbraio 1932, in uno strano e mai chiarito incidente stradale nel centro di Buenos Aires, una macchina in retromarcia la colpì fatalmente, alimentando il mai sopito sospetto che si trattasse di un delitto politico mascherato da incidente stradale. 
Così venne stroncata la vita di Julieta Lanteri, la prima donna ad esercitare il diritto al voto in Argentina ed anche nel Sudamerica. 
Una eterna e vera pioniera dei diritti civili e politici femminili, che furono poi definitivamente riconosciuti nel 1947 per iniziativa di Eva Perón, quando si sancì irrevocabilmente per legge il diritto di voto alle donne in Argentina. 

Josè Rodolfo Maragò

LUNEDÌ 27 FEBBRAIO SI FESTEGGERA’ IL BICENTENNARIO DELLA CREAZIONE DELLA BANDIERA ARGENTINA

Manuel Belgrano
Carissimi,
lunedì 27 febbraio sarà festeggiato in Argentina il bicentennario della creazione della Bandiera Argentina da Manuel Belgrano.
Manuel José Joaquín del Corazón de Jesús Belgrano è nato a Buenos Aires il 3 giugno 1770, figlio di Domenico Belgrano (oriundo di Oneglia, attuale Imperia, nella Liguria) e María Josefa González. Laureato in Leggi con medaglia d'oro presso l'università spagnole di Salamanca e Valladolid, partecipò nei successi che scatenarono la Rivoluzione del 25 maggio 1810, della quale è uscita la prima giunta di Governo patrio, e di cui fece parte come consigliere, assieme un suo cugino, Juan José Castelli (figlio di un medico veneziano).
Sulla fine del 1811, gli spagnoli di Montevideo, hanno cominciato a stuzzicare le coste del fiume Paraná per ostilizzare il nuovo governo istallato a Buenos Aires. Quindi, la giunta patriota incarica l'avvocato Manuel Belgrano di fortificare la riva vicina alla villa del Rosario, 300 chilometri al Nord della capitale del Plata. Lui arriva nella zona il 10 febbraio con un regimento di fanteria, rafforzato con milizie locali, e da inizio alla costruzione di due batterie, una sullo stesso burrone, cui nomina Libertá, e l'altra su una isola, oramai scomparsa, la quale sarebbe battezzata Indipendenza.
Il 13 febbraio Belgrano propone alla Giunta di governo una coccarda che dovrebbe unificare gli stendardi usati fin quel momento dai diversi regimenti, perchè secondo lui “ciò era un segno di divisione, come un’ombra che, se fosse necessario, doveva allontanarsi". Nel momento in cui il governo riceve la tale nota, arriva pure a Buenos Aires la notizia che il Congresso di Caracas aveva dichiarato l'independenza del Venezuela il 5 luglio 1811. Per diminuire la tensione locale e soddisfare il sentimento popolare appunto molto indipendentista, il Governo accetta l'iniziativa del Belgrano con un decreto del 18 febbraio, addottando una "coccarda nazionale delle Provincias Unidas del Río de la Plata" con i colori azzurro-celeste e bianco, di uso obbligatorio per le truppe, ma permettendo portarla pure a qualsiasi persona civile "come distinzione del nostro attuale sistema".
Belgrano consegna le coccarde alle truppe giorno 23, informando al governo che "si è messo in pratica l'ordine del 18 corrente per l'uso de la coccarda nazionale che ha mandato V.E., la quale decissione è stata accolta con grande gioia ed ha tirato fuori il desiderio dei veri figli della Patria nel senso che vengano presi altre dichiarazioni di V.E. che possano confermare ai nostri nemici della ferma risoluzione in cui ci siamo di sostenere l'indipendenza dell'America". Forse quel giorno, nel momento in cui ricevette la comunicazione guvernativa sull'adozione della coccarda, Belgrano ha avuto l'idea di battezzare la seconda batteria ancora non finita con il nome di Indipendenza.
Verso il tramonto del 27 febbraio, Belgrano pronnuncia un discorso alle truppe, omettendo ogni riferimento al re spagnolo Ferdinando VII: "Soldati della Patria: in questo punto (la batteria Libertá) abbiamo avuto la gloria di vestire la coccarda nazionale che ha sancito il nostro Ill.mo Governo. In quel punto (la batteria Independenza) le nostre arme avranno di ingrandire questa gloria. Giuriamo vincere gli nemici interiori ed anche quegli dell'estero, ed il SudAmerica sarà il templo della Indipendenza e della Libertà. In fede del vostro giuramento, dite con me ¡Evviva la Patria!".
Monumento a Manuel Belgrano
Non c'è stato un giuramento alla bandiera ma di "vincere gli nemici", forse in attesa della confermazione delle autorità. Poco più tardi, "sono le 6.45 del pomeriggio" dice la nota, Belgrano ha scritto il verbale indirizzato al Governo, e conclude: "...Essendo preciso innalzare una bandiera, e non avendola, ho ordinato di farla bianca e celeste, conforme ai colori della coccarda nazionale"
Belgrano non ha detto una parola sulla benedizione o il giuramento alla bandiera, essendo notevole questo fatto, poicchè lui informava normalmente i suoi movimenti con minuziosi dettagli. Ma la bandiera c'è stata.
Al bianco (argento) sfoggiato nelle gloriose giornate di maggio del 1810, che simbolizzava il fiume che ha dato suo nome al Paese, si è aggiunto l'azzurro dello stemma di Buenos Aires. Però Belgrano ha detto celeste e non azzurra o azzurro-celeste com'era la coccarda. Forse perchè i colori dello stemma di Buenos Aires dipinto nelle mura del Cabildo erano già impalliditi per il passo del tempo e non era così nítido quell'azzurro. Perchè, per essere precisi, il celeste non è un colore dell'araldica, ma un tono dell'azzurro. Perciò, quando venne dichiarata l'Indipendenza nel Congresso di Tucumán di 1816 si sono stabiliti i colori della bandiera in bianco e azzurro.
La definizione dell'azzurro nel vocabolario italiano è il colore del cielo sereno, ciò che assimiglia a quanto sancito dal governo argentino in una legge degli anni '30 dicendo che il celeste della bandiera fosse come il colore del cielo all'alba, in una giornata chiara, serena. Da recente, si sono sistemati i colori in base alle norme IRAM, istituto rappresentante della ISO in Argentina.
Non è ormai conosciuta la disposizione dei colori della bandiera inalberata sulle rive del Paraná, se erano tre striscie orizzontali o due verticali. Senz’altro il colore principale doveva essere il bianco, il colore argentino dell’araldica, e -per tanto- occupare il centro nella bandiera di tre striscie orizzontali o assieme all’asta in quella di due fascie verticali.
Le autorità di Buenos Aires hanno ammonito per lettera a Belgrano negli inizi di marzo, dicendo che "faccia passare per un raptus di entusiasmo l’incidente della bandiera celeste e bianca inalberata, nascondendola con cura". Ma Belgrano non ricevette il rimprovero perchè oramai si era messo in viaggio per assumere il comando dell’Esercito del Nord, carica per la quale era stato nominato lo stesso giorno 27 febbraio dal proprio Governo.
A luglio Belgrano scriveva alla Giunta: "...la batteria doveva proteggere, non c’era una bandiera ed ho pensato che sarebbe la bianca e celeste quella che ci distinguerebbe come la coccarda e ciò, con il mio desiderio che queste provincie siano annoverate come una delle nazioni del globo, mi è spinto a farlo".
Infatti, ce l’ha fatta, perchè la bianca e celeste ha ondeggiato per la prima volta e per sempre, 200 anni fa, il 27 febbraio 1812, in un burrone vicino alla villa del Rosario, sulle rive del Paraná, il Padre dei Fiumi, in lingua guaraní, per iniziativa di Manuel Belgrano, il più grande degli italiani nato in Argentina.
Manuel Belgrano, raffigurato nella banconota da dieci pesos
Vincitore nelle decissive battaglie di Tucumán e Salta, sconfitto poi dagli spagnoli a Vilcapugio e Ayohuma, l'avvocato militare Manuel Belgrano morì a Buenos Aires il 20 giugno 1820, nella più assoluta povertà, tanto che ha pagato gli onorari del dottore che l'ha curato con un suo orologgio e non è riuscito a lasciare nessuna eredità oltre il suo cognome ai suoi discendenti naturali.
In omaggio alla sua traiettoria ed ai suoi valori umani, intellettuali, improvissato militare eroico, amministratore ed organizzatore così efficace di truppe ed aziende, uomo onestissimo e spogliato di ogni ambizione che non sia la sovrania ed il benessere della Patria, il giorno della sua nascita é stato dichiarato dalla comunità italiana in Argentina come "Giornata dell'immgrante italiano" ed il giorno del suo passo all'immortalità è il "Giorno della Bandiera".

Un carissimo saluto dal profondo Sud del mondo, José R. Maragó.
 

ARGENTINA: VIAGGIO NELLA RISERVA DELLA PAYUNIA

Carissimi,
la Riserva Provinciale della Payunia si trova circa 200 km al Sud di Malargüe, nella cosiddetta Patagonia mendocina, oltre mila chilometri al Sud Ovest di Buenos Aires. Si tratta di uno dei paessaggi piú strani, suggestivi e belli dell'Argentina. Quasi mezzo millioni di ettari, ove ci sono oltre duemila vulcani, di cui 838 sono i piu' grandi e stanno perfettamente identificati e distinsi con nome e numero. E' la terza regione del mondo con maggior densitá di vulcani (ci sono 10,6 vulcani per 100 km quadri), dopo la isola di Lanzarote e la penisola di Kamchatka.
Geologicamente nuova, la zona ha vulcani che hanno fatto eruzione oltre un millioni di anni fa, ma pure alcuni sono relativamente nuovi con attivita' registrata in epoca post colombina. Ci sono vulcani di ogni classe, come grandi strattovoulcani del tipo vesuviano come il Payún Liso (Payún o Payén vuol dire del colore del rame o rossastro) e il Nevado; la grande caldera del Payún Matru; centinaia di vulcani del tipo stromboliani come il Santa María e la zona di Los Volcanes; si possono guardare per terra i grandi flussi di lava ed anche i campi delle bombe di lava; altipiani coperti di lapilli detti Pampas Negras e tunneli di lava. Resti di terribili eruzioni idromagmatiche (quando il magma che sale verso la superficie trova una fonte di acqua, come una nappa, una laguna o proprio un ghiacciaio, fatto che diventa una eruzione "tranquilla" in una una tremenda esplosione che libera un inferno di gas, vapore e lava incandescente a distanze incredibili), come il vulcano Carapacho o il Malacara, uno dei due unici vulcani nel mondo nel quale si può entrare a piedi fino il profondo interiore.
Il Payún Matru (in lingua indigena, barba di capretto del colore del rame) è il più grande (ma non il più alto) e la sua antichissima eruzione di lava ignibritica fece un lungo percorso verso il sudeste per oltre 185 chilometri, arrivando fino il fiume Colorado, già nella provincia di La Pampa. Secondo un gruppo di vulcanologi italiani che ha fatto lo studio del fenomeno, i calcoli e la scoperta di questa formidabile colata lavica, si tratta della emissione di lava più lunga del mondo. Comunque, non è il vulcano più alto della Payunia, essendo superato dal Payún Liso (liscio, in italiano), di 3.686 metri di altezza.
Nelle foto, le cosiddette Pampas Negras, la zona del Pianeta Rosso o dei Colori con il vulcano del tipo vesuviano Payún Liso in fondo, i campi delle bombe (grandi proiettili di lava ardente impulsati fino 30 chilometri di altezza, che si sono raffreddati nell’aria e caduti per terra con il loro interiore ancora incandescente), il cratere del Morado Norte (profondo 90 metri e di 400 metri di diametro, e che prende il nome dal colore porpora o proprio viola delle striscie di lava), con uno dei suoi fianchi scomparsi per la eruzione di 300 a 500 anni fa ed anche un inocente graffiti scritto nel suolo di lapilli dopo 35 anni di sposati. Le ultime due, una coppia giovanissima nel fondo del Malacara, e le cárcavas dello stesso vulcano (grandi canali che son prodotto dalle cadute o flussi dell’acqua sulla roccia).

Insomma, questa formazione di retro arco (l’arco sarebbe la Cordigliera delle Ande e l’ante arco sarebbe la cintura di fuoco del Pacifico) è veramente l’entrata ad un altro mondo, apparso 80 millioni di anni fa e lavorato per i secoli dei secoli dalla natura. Dicono che è proprio magico fare la gita per la Payunia in una notte di plenilunio, con il cielo sereno. Sarà la prossima volta.
Un abbraccio dal profondo Sud del mondo, José R. Maragó