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CALABRIA:TERREMOTO DI MAGNITUDO 5 SUL POLLINO


Ora Evento
2012/10/25 23:05:26 UTC
2012/10/26 01:05:26 UTC +02:00 a epicentro
2012/10/26 01:05:26 UTC +02:00 ora di sistema
Posizione
39,855 ° N 16,044 ° E Profondità = 3,8 km (2.4mi)
Città nelle vicinanze
6km (4mi) a SE di Mormanno, Italia
14km ​​(9 miglia) WNW di Castrovillari, Italia
21km (13mi) ENE di Scalea, Italia
24km (15mi) WNW di Cassano al Ionio, Italia
358 km (222mi) WSW di Tirana, Albania
Una forte scossa di terremoto di magnitudo 5 è stata registrata all'1:05 nella zona del massiccio del Pollino, al confine tra Basilicata e Calabria, tra le province di Potenza e Cosenza. L'epicentro, secondo l'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), è stato localizzato tra i comuni di Mormanno, Laino Castello e Laino Borgo, nel Cosentino, e nel comune di Rotondo, in provincia di Potenza. In tutto ci sono state quindici scosse, tra i 2 e i 3.3 di magnitudo. Dopo la più forte, le altre sono state registrate in rapida successione tra l'1:12 e le 3:31. Un uomo di 84 anni è morto per infarto a Scalea, probabilmente per la paura provocata dalla forte scossa.

Sismotettonica dell'area del Mediterraneo e dintorni
La regione mediterranea è sismicamente attivo dovuta al nord convergenza (4-10 mm / anno) della placca africana rispetto alla placca eurasiatica lungo un margine di placca complessa. Questa convergenza ha iniziato circa 50 mA ed è stato associato con la chiusura della Tetide. Il resto moderna del mare Tetide è il Mar Mediterraneo. I più alti tassi di sismicità nella regione mediterranea si trovano lungo la zona di subduzione Ellenica della Grecia meridionale, lungo la Faglia Nord Anatolica zona della Turchia occidentale e la zona di subduzione calabrese del sud Italia. Locali alti tassi di convergenza alla zona di subduzione Ellenica (35mm/yr) sono associati con retro-arco diffondendo in tutta la Grecia e la Turchia occidentale al di sopra della subduzione della crosta oceanica del Mediterraneo.Crostale faglie normali in tutta questa regione è una manifestazione di tettonica estensionale associata con il retro-arco di diffusione. La regione del Mar di Marmara è una zona di transizione tra il regime estensionale, a ovest, e lo sciopero-slip regime del Nord Anatolica Fault Zone, a est. Il guasto Nord Anatolica ospita gran parte della destra laterale di movimento orizzontale (23-24 mm / anno) tra il Anatolian micro-piastra e placca eurasiatica come Anatolian micro-piastra viene spinto verso ovest per ospitare un'ulteriore chiusura del bacino del Mediterraneo causato da la collisione delle placche africana e araba in Turchia sud-orientale. Subduzione del pavimento sotto il Mar Mediterraneo Mar Tirreno in corrispondenza della zona di subduzione calabrese provoca una zona significativa di sismicità giro per la Sicilia e l'Italia meridionale. Vulcani attivi si trovano sopra i terremoti di profondità intermedie nelle Cicladi del Mar Egeo e nel sud Italia.
Nella regione del Mediterraneo vi è una traccia scritta, lunga diversi secoli, la documentazione pre-strumentale sismicità (prima del 20 ° secolo). I terremoti hanno causato danni storicamente diffuse in Grecia centrale e meridionale, Cipro, Sicilia, Creta, il Delta del Nilo, del Nord Libia, la catena montuosa dell'Atlante del Nord Africa e della penisola iberica. Il 1903 M8.2 terremoto Citera e del 1926 M7.8 terremoti Rodi sono i più grandi terremoti registrati strumentalmente Mediterraneo, entrambi associati a subduzione zona tettonica. Tra il 1939 e il 1999 una serie di devastanti M7 + strike-slip terremoti propagati verso ovest lungo la zona Nord Anatolica guasto, a partire dal 1939 M7.8 terremoto Erzincan all'estremità orientale del sistema Nord Anatolica errore. Il 1999 M7.6 terremoto di Izmit, che si trova sul lato ovest del guasto, ha colpito una delle zone più densamente popolate e industrializzate della Turchia uccidendo urbani, più di 17.000 persone. Sebbene i tassi di sismicità sono relativamente bassi lungo il margine settentrionale del continente africano, i grandi terremoti distruttivi sono stati registrati e riportati dal Marocco nel Mediterraneo occidentale, il Mar Morto nel Mediterraneo orientale. Nel 1980 El M7.3 terremoto Asnam è stato uno dei terremoti più grandi e più distruttivo Africa nel 20 ° secolo.
I grandi terremoti in tutta la regione del Mediterraneo sono stati anche noto per la produzione di tsunami significative e dannose. Uno dei terremoti più importanti storici della regione è il terremoto di Lisbona del 1 ° novembre 1755, la cui grandezza è stata stimata da non strumentali i dati a circa 8.0. Il terremoto del 1755 di Lisbona si pensa che si sono verificati all'interno o in prossimità delle Azzorre-Gibilterra faglia trasforme, che definisce il confine tra gli Stati dell'Africa e piatti eurasiatica largo della costa occidentale del Marocco e Portogallo. Il terremoto è notevole sia per un grande numero di morti di circa 60.000 persone e per la generazione di uno tsunami che ha spazzato la costa portoghese sommergendo villaggi costieri e di Lisbona. Un terremoto di circa M8.0 vicino a Sicilia nel 1693 ha generato una grande onda tsunami che ha distrutto numerose città lungo la costa orientale della Sicilia. Il M7.2 28 dicembre 1908 terremoto di Messina è letale il terremoto documentato europea. La combinazione di scuotimento del suolo grave e uno tsunami locale causato circa 60.000 a 120.000 vittime.

LA SALERNO-REGGIO FINISCE IN PRIMA SUL NYT: «SIMBOLO DEL FALLIMENTO DELL'ITALIA»

La prima pagina del NYT

«Simbolo» delle preoccupazioni di molti Paesi del Nord Europa per la corruzione che dilaga in gran parte del Sud
«Nulla incarna i fallimenti dello Stato italiano più nettamente di quanto non faccia l’autostrada Salerno-Reggio Calabria». Lo dice un articolo sulla prima pagina del New York Times di lunedì che sottolinea come il tratto autostradale iniziato negli anni 1960 – e non ancora terminato – rappresenti «il frutto malato della cultura del lavoro-per-voti» alimentata nel sud Italia dalla criminalità organizzata.
LA GRANDE INCOMPIUTA -L'autostrada A3, i cui lavori di costruzione sono stati avviati mezzo secolo fa ma sono ancora incompleti, parte nella periferia di Napoli nella città collinare di Salerno e termina 300 miglia più a sud nel centro di Reggio Calabria. Oggi questo tratto tristemente noto è finito in prima pagina sul New York Times: «Il simbolo di ciò che alcuni Paesi del nord Europa dicono di temere di più dell'Eurozona: il suo sviluppo in un sistema assistenziale nel quale ci si aspetti che essi sostengano una pigra Europa del sud, dove sovvenzioni e sussidi troppo spesso scompaiono in corruzioni che i governi sembrano incapaci - o non vogliono - di prevenire». Facendo un rapida storia dei fondi europei spesi nell’infrastruttura, l’articolo a firma dalla corrispondente da Roma, Rachel Donadio, evidenzia come per molti versi la regione Calabria sia un emblema della crisi di fiducia che serpeggia nell’Unione Europea. 
I FALLIMENTI DELL’ITALIA - Una strada, spiega la testata statunitense che «spesso si restringe a due corsie, con un percorso a ostacoli di cantieri che hanno indugiato per decenni», ma anche «pericolosa». Ciò detto, «niente incarna i fallimenti dello Stato italiano più nettamente» della Salerno-Reggio Calabria, con i critici che la vedono come «il frutto avvelenato della cultura dello scambio “voto per lavoro” che, nutrita dal crimine organizzato che è endemico nell'Italia meridionale, ha sistematicamente defraudato lo Stato nell'assenza dei suoi cittadini, e lasciando la Calabria geograficamente ed economicamente isolata». 
I TRENI DELLA SPAGNA - Dal 2000 al 2011, ricorda il Nyt, «l'Italia ha ricevuto dall'Unione europea più di 60 miliardi di dollari (46,2 miliardi euro, ndr) per il finanziamento di una vasta gamma di programmi, in settori come l'agricoltura e le infrastrutture, la maggior parte diretti a sud». Però ora «a dimostrarlo c'è giusto una mezza autostrada completata». Ingeneroso il confronto con la Spagna, alla quale «è stato dato poco più di 100 miliardi di dollari, ma che almeno ha una rete ferroviaria ad alta velocità di prima categoria», mentre la Grecia «ha ricevuto 50 miliardi di dollari, una somma enorme in termini pro capite, ma anch'essa con esito poco chiaro».
CORRIERE DELLA SERA - RASSEGNA STAMPA

CORRIERE DELLA SERA: GIOVANNI FALCONE VENT’ANNI DOPO LOTTA ALLA MAFIA E TRANELLI DELLO STATO

Caro direttore, le ombre cupe che in vita si addensarono sulla testa di Giovanni Falcone, a causa dell’incisività della sua azione antimafia, sono storia. Spesso dimenticata ma storia. Ricordarla significa illuminare di luce vivida la straordinaria figura di un magistrato che per senso del dovere seppe perseverare con tenacia, nonostante fosse consapevole di rischiare la vita.


Ancora a metà degli anni Settanta c’era chi osava scrivere: «La mafia ha sempre rispettato la magistratura, si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge ha affiancato addirittura le forze dell’ordine». E non erano parole di uno sprovveduto qualunque, ma di un alto magistrato della Cassazione, Giuseppe Guido Lo Schiavo. È evidente che «ragionando» così era sempre la mafia a vincere. Falcone la pensava diversamente e con gli altri magistrati del pool dell’Ufficio istruzione di Palermo, diretto da Nino Caponnetto, elaborò un metodo di lavoro imperniato su specializzazione e centralizzazione: il cemento armato di un capolavoro investigativo-giudiziario, il «maxiprocesso» del 1986. Per la prima volta nella storia d’Italia vengono portati alla sbarra - con prove sicure - mafiosi siciliani di primaria grandezza criminale che fino ad allora avevano potuto godere di una sostanziale impunità. La fine del mito
dell’invulnerabilità di Cosa nostra: 475 imputati per associazione mafiosa, 120 omicidi e innumerevoli altri reati; 360 condanne per un totale di 2.665 anni di carcere e diciannove ergastoli comminati ad alcuni tra i boss più influenti di Cosa nostra.
Un’esperienza vincente del genere qualsiasi Paese l’avrebbe difesa con le unghie e con i denti. L’Italia invece no. Vergognoso ma vero, Falcone e il pool furono letteralmente spazzati via, professionalmente parlando, a colpi di calunnie ossessivamente ripetute: professionisti dell’antimafia; impiego spregiudicato dei «pentiti»; uso politico della giustizia. Guarda caso la tempesta si scatenò quando il pool cominciò a occuparsi - oltre che di mafiosi di strada - dell’ex sindaco di Palermo Ciancimino, dei cugini Salvo e dei cosiddetti Cavalieri del lavoro di Catania. Insomma di quella «zona grigia» che è la spina dorsale del potere mafioso, perché assicura coperture e complicità a opera di pezzi della politica, dell’economia e delle istituzioni. Sul banco degli imputati finì Falcone: osannato da morto, umiliato da vivo.
Un ruolo centrale, in questo quadro, ha avuto il Csm (Consiglio superiore della magistratura) quando anch’io ne facevo parte (1986-90). Nel 1987 Caponnetto decise di lasciare l’Ufficio istruzione di Palermo nella certezza che il suo successore naturale sarebbe stato Falcone. Non fu così. Alla candidatura di Falcone si contrappose Antonino Meli, magistrato di ben maggiore anzianità che di mafia però non si era mai occupato. E il Csm (ribaltando l’orientamento adottato qualche mese prima per la nomina di Borsellino a Procuratore di Marsala) scelse non il più bravo nell’antimafia, ma il più anziano, anche se digiuno di processi di mafia. Meli - si badi - aveva presentato anche domanda per la presidenza del Tribunale. Qualcuno però lo convinse a ritirarla per puntare tutto sul posto di capo dell’Ufficio istruzione, una sezione del Tribunale. Ora, il rapporto tra i due ruoli è lo stesso che può esserci tra la direzione di un grande quotidiano e la rubrica della posta del cuore su un foglietto parrocchiale. Non tanto perché l’Ufficio istruzione non fosse un posto importante, semplicemente perché si era alla vigilia dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale (1989) che quell’ufficio avrebbe soppresso. La bagarre, dunque, non era tanto su chi dovesse succedere a Caponnetto. Anche, ma non solo. Un obiettivo di fatto era anche lo smantellamento del metodo di lavoro del pool, che aveva portato alla clamorosa vittoria del maxiprocesso e che difatti Meli (coerente col programma preannunziato allo stesso Csm) smonterà pezzo per pezzo.
Invece di continuare lungo la strada della vittoria, lo Stato si ferma. Circondata la fortezza, si ritira rinunciando a espugnarla. Mentre sul Palazzo di giustizia di Palermo volano corvi che spandono veleni di ogni sorta su Falcone, calunniato per nefandezze varie. Ovviamente inesistenti. E fu allora (parole di Borsellino) che Falcone cominciò a morire.
Nel 1989 Falcone, soppresso l’Ufficio istruzione, concorre al posto di Procuratore aggiunto (una sorta di vicecapo) a Palermo.


Questa volta ce la fa, ma sembra quasi una gentile concessione, mentre qualcuno dei suoi soliti nemici non esita a insinuare la calunnia che il fallito attentato dell’Addaura (una borsa imbottita di 58 candelotti di tritolo ritrovata il 21 giugno 1989 nei pressi della sua abitazione) se lo fosse organizzato da sé... per farsi pubblicità. In Procura Falcone non lo fanno letteralmente lavorare.

Il capo lo ignora, lo umilia con ore e ore di anticamera. Falcone capisce che se vuole continuare a fare antimafia deve «emigrare» dalla Sicilia. Trova una specie di asilo politico-giudiziario a Roma, ministero della Giustizia, dove crea quei caposaldi della lotta alla mafia (in particolare Procura nazionale e Dia) che ancora oggi funzionano molto bene.

Il seguito della «storia» è tragicamente noto: sono le stragi di Capaci e via d’Amelio, le vite di Falcone e Borsellino, insieme a quelle degli uomini e delle donne che erano con loro il 23 maggio e il 19 luglio 1992, spezzate dalla feroce vendetta mafiosa. Comincia a farsi strada in me l’idea di andare a lavorare a Palermo. E quando deciderò di farlo davvero avrà un forte peso (lo dico senza alcuna retorica) il ricordo di quel che i due amici magistrati avevano dovuto patire in vita. Un ricordo intrecciato con il rimpianto di non essere riuscito - pur avendo sempre votato a loro favore - a convincere la maggioranza del Csm delle loro buone ragioni. Che poi erano quelle della lotta alla mafia nell’interesse della democrazia.

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino
Gian Carlo Caselli


rassegna stampa: corriere della sera del 23/05/2012